Visitai il bel palazzo dell'Università, la plaza Campo grande, dove la Santa Inquisizione accendeva i suoi roghi, ampia, allegra, cinta di quindici conventi; qualche chiesa adorna di pitture di grido; e quando cominciai ad accorgermi che le immagini delle cose vedute mi si confondevano nella testa, misi in tasca la Guida, e m'incamminai verso la piazza maggiore. Il medesimo feci in tutte le altre città: quando la mente è stanca, il volerla forzare ancora all'attenzione, per quella pedanteria di non mancare di riguardo alla Guida, sarà una bella prova di costanza; ma nuoce a chi viaggia collo scopo di narrar poi le impressioni delle cose viste. Poichè tutto non si può ritenere, val meglio non confondere la memoria viva delle cose principali, con una folla di ricordi vaghi delle cose di minor conto. Oltrechè non si serba mai grata ricordanza d'una città nella quale ci si è fatto il capo come un cestone.

Per cogliere l'aspetto vespertino della città, andai a passeggiare sotto i portici, dove s'incominciavano ad illuminare le botteghe; e v'era un viavai di soldati, di studenti, di ragazze, che sparivan nelle porticine, volteggiavano intorno alle colonne, guizzavano di qua e di là, sfuggendo alle mani impronte degl'insecutori avvolti nelle ampie cappe; e frotte di ragazzi scorazzavano per la piazza empiendo l'aria di grida sonore; e per tutto eran capannelli di caballeros, dai quali si udivano tratto tratto i nomi del Serrano, del Sagasta e di Amedeo, alternati colle parole justicia, libertad, traicion, honra de España, e simili. Entrai in un ampissimo caffè pieno zeppo di studenti, e là saziai, come direbbe uno scrittore scelto, il natural talento di cibo e di bevanda. Ma poichè avevo un gran bisogno di discorrere, adocchiai due studenti che sorbivano il caffè e latte al tavolino accanto, e senza far tanti preamboli, diressi la parola ad uno: cosa naturalissima in Spagna, dove si è sicuri di aver sempre una risposta cortese. I due studenti s'avvicinarono, e lì i soliti discorsi che ognuno s'immagina: Italia, Amedeo, università, Cervantes, andaluse, tori, Dante, viaggi; una scorsa, insomma, alla carta geografica, alla storia letteraria e ai costumi dei due paesi; poi un bicchier di vino di Malaga, e una stretta di mano da amici.

O caballeros di buona memoria, avventori di tutti i caffè, commensali di tutte le tavole rotonde, vicini di scranna in tutti i teatri, compagni di viaggio in tutte le strade ferrate della Spagna; voi che tante volte, mossi da gentile pietà per uno straniero sconosciuto, che scorreva con occhio malinconico l'Indicatore delle Ferrovie o la Correspondencia española, pensando alla famiglia, agli amici, alla patria lontana, gli avete offerto, con amabile spontaneità, il cigarrito, e dato appiglio a una conversazione, che gli ruppe il corso dei mesti pensieri e lo lasciò rasserenato ed allegro; io vi ringrazio, o caballeros di buona memoria; chiunque foste, o carlisti, o alfonsisti, o amedeisti, o liberali, vi ringrazio dal più profondo dell'anima, in nome di tutti gl'Italiani che viaggiarono e di tutti quelli che viaggeranno nel vostro caro paese; e giuro sull'eterno volume di Michele Cervantes, che ogni qualvolta vi sentirò accusare di animo feroce e di selvaggi costumi dai vostri civilissimi fratelli europei, sorgerò a difendervi coll'impeto d'un andaluso e colla tenacia d'un catalano, sin che mi resti tanta voce da gridare: Viva l'ospitalità!

Poche ore dopo mi trovavo in un carrozzone del treno che andava a Madrid, e non era anche finito il fischio della partenza, che io mi diedi un gran colpo della mano sulla fronte. Ahimè! era tardi; a Valladolid avevo dimenticato di visitare la stanza dove morì Cristoforo Colombo!

NOTE:

[2] Tre molto e tre poco distruggon l'uomo: molto parlare e poco sapere, molto spendere e poco avere, molto presumere e nulla valere.


V.
MADRID.

Era giorno, quando uno dei miei vicini mi gridò nell'orecchio: “Caballero!”—“Siamo a Madrid?” domandai svegliandomi. “Non ancora” mi rispose “ma guardi!” Mi voltai verso la campagna e vidi lontano un mezzo miglio, alle falde d'un alto monte, il convento dell'Escuriale, illuminato dai primi raggi del sole. Le plus grand tas de granit qui existe sur la terre, come lo chiamò un viaggiatore illustre, non mi parve, a primo aspetto, quell'immenso edifizio che il popolo spagnuolo considera come l'ottava meraviglia della terra. Nondimeno misi fuori il mio:—Oh!—come altri viaggiatori che lo vedevano per la prima volta, riserbando tutta la mia ammirazione al giorno che l'avrei visto da vicino. Dall'Escurial a Madrid la strada ferrata attraversa una pianura arida, che rammenta quella di Roma. “Non ha mai veduto Madrid, lei?” mi domandò il vicino.—Risposi che no.—“Parece imposible!” esclamò il buon Spagnuolo, e mi guardò in aria di curiosità, quasi dicendo fra sè:—Oh vediamo un po' com'è fatto un uomo che non ha mai visto Madrid!—Poi prese a enumerarmi le grandi cose che avrei veduto: che passeggi! che caffè! che teatri! che donne! Per chi abbia un trecento mila lire da spendere, non c'è di meglio di Madrid: è un gran mostro che vive di patrimonii; se fossi in lei vorrei prendermi il gusto di cacciargli in gola anche il mio.—Io premetti colla mano il mio floscio portamonete, e mormorai:—Povero mostro!—“Ci siamo!” gridò lo spagnuolo “guardi fuori!” Misi la testa fuor del finestrino. “Quello là è il palazzo reale!” Vidi sopra un'altura una mole immensa; ma chiusi gli occhi subito, perchè mi batteva il sole sul viso. Tutti s'alzarono, e cominciò quel solito tramenío

«Di pastrani, di scialli e d'altri cenci,»