che impedisce quasi sempre la prima vista delle città. Il treno si ferma; scendo, e mi trovo in una piazza piena di carrozze, in mezzo a una folla rumorosa; cento mani si stendono sulla mia valigia, cento bocche mi urlan nell'orecchio; è un casa del diavolo di facchini, di carrozzai, di ciceroni, di fattorini di casas de huespedes, di guardie, di ragazzi. M'apro il passo a colpi di gomito, mi caccio in un omnibus pieno di gente, e via. Si va su per uno stradone, si attraversa una gran piazza, si infila una strada larga e diritta, si arriva alla Puerta del Sol. È un colpo d'occhio stupendo! È una vastissima piazza semicircolare, circondata di alti edifizi, nella quale sboccano, come dieci torrenti, dieci grandi strade; e da ogni strada una continua onda rumorosa di popolo e di carrozze; e tutto quello che vi si vede è proporzionato alla vastità del luogo; i marciapiedi larghi come vie, i caffè ampi come piazze, una vasca di fontana grande come un lago; e in ogni parte una folla fitta e mobilissima, un gridío assordante, un non so che di allegro e di festivo nei volti, nei gesti, nei colori, che fa sì che non vi paia straniera nè la gente, nè la città, e vi mette addosso una smania di mescervi in quello strepito, di salutar tutti, di correr qua e là, piuttosto per riconoscere cose e persone, che per vederle la prima volta. Scendo a un albergo, n'esco subito, mi metto a girare per la città, alla ventura. Non grandi palazzi, non antichi monumenti d'arte; ma strade spaziose, pulite, gaie, fiancheggiate da case dipinte a vivi colori, interrotte da piazze di mille forme diverse, quasi tracciate a caso, e in ogni piazza un giardino, una fontana, una statuetta. Alcune strade in leggiera salita, di modo che, entrandovi, si vede in fondo il cielo, e par che sbocchino nell'aperta campagna; ma giunti sul punto più alto, un'altra lunga strada si stende allo sguardo. Ad ogni poco, crocicchi di cinque, sei, fino a otto vie, e qui un incrociarsi continuo di carrozze e di gente; i muri coperti, per lunghi tratti, di cartelloni di spettacoli; nelle botteghe, un va e vieni incessante; i caffè, stipati; in ogni parte il brulichío d'una grande città. La strada d'Alcalà, larghissima, da parer quasi una piazza rettangolare, divide Madrid per mezzo, dalla Puerta del Sol verso oriente, e sbocca in una vasta pianura, che si stende lungo tutto un lato della città, e contiene giardini, passeggi, piazze, teatri, circo di tori, archi trionfali, musei, palazzine, fontane. Salgo in una carrozza, e dico al vetturino:—Vuela!—Passo accanto alla statua del Murillo, risalgo per la strada Alcalà, infilo la strada del Turco, dove fu assassinato il generale Prim; attraverso la piazza delle Cortes, dove sorge la statua di Michele Cervantes; sbocco nella piazza Maggiore, dove accendeva i suoi roghi l'Inquisizione; torno addietro, e passo dinanzi alla casa di Lopez de Vega; riesco nella vasta piazza d'Oriente in faccia al palazzo reale, dove si innalza la statua equestre di Filippo IV in mezzo a un giardino circondato di quaranta statue colossali; rimonto verso il centro, attraversando altre larghe strade, e piazze allegre, e crocicchi pieni di gente; e ritorno finalmente all'albergo dicendo che Madrid è grande, gaia, ricca, popolosa e simpatica, e che la vorrò veder tutta, e starci un pezzo, e godermela fin che lo consentano i registri di cassa e la mitezza della stagione.
In capo a pochi giorni, un buon amico mi trovò una Casa de huespedes, e mi ci andai a installare. Queste case di ospiti non son altro che famiglie che dan da mangiare e da dormire a studenti, artisti, forestieri, a prezzi differenti, si capisce, secondo come ci si dorme e come si mangia; ma sempre a miglior prezzo che gli alberghi, coll'inestimabile vantaggio che ci si respira un'aria di casa, ci si stringono amicizie, e vi si è trattati piuttosto come gente della famiglia che come dozzinanti. La padrona di casa era una buona signora sulla cinquantina, vedova d'un pittore che aveva studiato a Roma, a Firenze e a Napoli, ed aveva serbato per tutta la vita una ricordanza grata e affettuosa d'Italia. Anch'essa, naturalmente, nutriva per il nostro paese una vivissima simpatia, e me lo dimostrò coll'assistere ogni giorno al mio desinare, raccontandomi vita, morte e miracoli di tutti i suoi parenti e di tutti i suoi amici, come se fossi stato il solo confidente ch'ella avesse in Madrid. Pochi spagnuoli intesi parlare così spedito, così franco, e con tanta abbondanza di frasi, di motti, di paragoni, di proverbi, di parole. Sui primi giorni ne fui sconcertato; capivo poco; dovevo pregarla ogni momento di ripetere; non riuscivo a farmi intendere sempre; m'accorsi in una parola, che studiando la lingua sui libri, avevo sciupato di molto tempo a inzepparmi la testa di frasi e di vocaboli che non occorrono quasi mai nella conversazione ordinaria; mentre ne avevo lasciati da parte altri moltissimi, che sono indispensabili. Dovetti dunque ricominciare a raccogliere, a notare, e sopratutto a star sempre coll'orecchio teso per tirar profitto, quanto potevo, dai discorsi della gente. E mi persuasi di questa verità: che si può stare dieci anni, trenta, quaranta in una città straniera; ma che se non si fa uno sforzo da principio, se per molto tempo non si continua a studiare, se non si sta sempre, come diceva il Giusti, «con tanto d'occhi aperti,» o non s'imparerà mai a parlare la lingua, o si parlerà sempre male. Conobbi a Madrid degl'Italiani vecchi che stavano in Spagna dalla loro prima giovinezza, e che parlavano lo spagnuolo da cani. Già, non è punto, neanco per noi Italiani, una lingua facile, o per dir meglio, presenta la grande difficoltà delle lingue facili: che non è lecito parlarle meschinamente, perchè non è indispensabile parlarle per farsi intendere. L'Italiano che vuol parlare spagnuolo in una conversazione di gente colta, dove tutti lo capirebbero se parlasse francese, bisogna che giustifichi il suo ardimento parlando con scioltezza e con garbo. Ora la lingua spagnuola, appunto perchè molto più affine alla nostra che la francese, è assai più difficile a parlarsi presto, e per così dire, ad orecchio, senza dir degli spropositi; poichè si dice, ad esempio, assai più facilmente propre, mortuaire, délice, senza pericolo che ci scappi detto proprio, mortuario, delizia, di quello che non si dica propio, mortuorio, delicia. Si casca nell'italiano senza accorgersene, si inverte la sintassi ad ogni istante, si ha sempre la propria lingua nell'orecchio e sulle labbra, che ci inciampa, ci confonde, ci tradisce. Nè la pronunzia spagnuola ci è men dura della francese; la jota araba, facile a pronunciarsi quand'è sola, è difficilissima quando ne cascan due in una parola, o parecchie in una proposizione; la zeta che si pronuncia come pronunziano i blesi la esse, non si acquista che dopo un esercizio lungo, ed anco paziente, perchè è un suono che sulle prime ci riesce sgradevolissimo, e molti, anche sapendo, non lo voglion far sentire. Ma se c'è una città in Europa dove si possa imparar bene la lingua del paese, quella città è Madrid, e si può dir lo stesso di Toledo, di Valladolid, di Burgos. Il popolo parla come i letterati scrivono; le differenze di pronunzia fra la gente colta e la plebe dei sobborghi sono leggerissime; e lasciando anche da parte quelle quattro città, la lingua spagnuola è incomparabilmente più parlata, più comune, e perciò più determinata, e per conseguenza più efficace nei giornali, sul teatro e nella letteratura popolare, che la lingua italiana. V'è in Spagna il dialetto valenziano, il catalano, il galliziano, il murciano, e l'antichissima lingua delle provincie basche; ma si parla spagnuolo nelle due Castiglie, nell'Aragona, nell'Estremadura, nell'Andalusia, cioè in cinque grandi provincie. Il frizzo gustato a Saragozza è gustato anche a Siviglia; la frase popolesca che colpisce la platea in un teatro di Salamanca, ottiene lo stesso effetto in un teatro di Granata. Dicono che la lingua spagnuola d'oggigiorno non è più quella del Cervantes, del Quevedo, del Lopez de Vega; che la lingua francese l'ha imbastardita; che Carlo V, se rivivesse, non direbbe più che è la lingua da parlarsi con Dio; e che Sancho Panza non sarebbe più nè capito nè gustato. Ah! chi per poco abbia bazzicato nelle gargotte e nei teatrucci dei sobborghi, si accomoda a malincuore a quella sentenza!
Passando dalla lingua al palato, mi ci volle un po' di buona volontà per abituarmi a certe salse e intingoli e basoffie della cucina spagnuola; ma mi ci abituai. I Francesi, che in punto mangiare sono schizzinosi come ragazzi mal avvezzi, ne gridano ira d'Iddio; il Dumas dice che in Spagna ha patito la fame; in un libro sulla Spagna che ho sott'occhio, è scritto che gli Spagnuoli non vivono che di miele, di funghi, d'uova e di lumache. Son tutte corbellerie. Essi possono dire altrettanto della cucina nostra: ho conosciuti molti spagnuoli ai quali il veder mangiare maccheroni al sugo moveva lo stomaco. Impasticciano un po', abusano un po' del grasso, condiscono un po' troppo forte; ma via, tanto da cavar l'appetito al Dumas, compicciano. Son maestri, fra le altre cose, di piatti dolci. Il loro puchero poi, il piatto nazionale, mangiato tutti i giorni, da tutti, in tutto il paese, dico la verità, lo divoravo con una golosità rossiniana. Il puchero è, rispetto all'arte culinaria, quello che è rispetto alla letteratura un'antologia: c'è un po' di tutto, e del meglio. Una buona fetta di lesso di vacca forma come il nucleo del piatto; intorno, un'ala di pollo, un pezzo di chorizo, lardo, erbaggi, prosciutto; sotto, sopra e in tutti gl'interstizi, garbanzos. I buon gustai pronunziano con reverenza il nome di garbanzos. Sono una specie di ceci, ma più grossi, più teneri, più saporiti; ceci, direbbe uno stravagante, caduti quaggiù da qualche mondo dove una vegetazione eguale alla nostra è fecondata da un sole più potente. Codesto è il puchero usuale; ma ogni famiglia lo modifica secondo la borsa; il povero si contenta della carne e dei garbanzos; il signore ci aggiunge cento bocconcini squisiti. In fondo, è piuttosto un desinare che un piatto; e però moltissimi non mangiano altro; un buon puchero e una bottiglia di Val de peñas posson bastare a chicchessia. Non parlo degli aranci, dell'uva di Malaga, degli asparagi, dei carciofi e d'ogni sorta di legumi e di frutti, che tutti sanno essere in Spagna bellissimi e buonissimi. Cionondimeno, gli Spagnuoli mangian poco; e benchè nella loro cucina predomini il pepe, la salsa forte, la carne salata; benchè mangino dei chorizos, che, come dicon essi, levantan las piedras, ossia bruciano gl'intestini; bevono pochissimo vino. Dopo la frutta, invece di star lì a centellinare una buona bottiglia, pigliano per lo più una tazza di caffè e latte, e raramente bevon vino la mattina. Alle tavole rotonde degli alberghi non ho mai veduto uno spagnuolo vuotar la bottiglia; ed io che la vuotavo, ero guardato con aria di stupore, come un beone scandaloso. È raro, nelle città di Spagna, anco nei giorni di festa, incontrare un ubriaco; e per questo appunto, avuto riguardo al sangue focoso e al liberissimo commercio che vi si fa dei coltelli e dei pugnali, seguon assai meno risse con ferimenti e uccisioni, di quello che fuor di Spagna non si creda.
Trovata la casa e la cucina, non mi restò più altro pensiero che quello di zonzare per la città, colla Guida in tasca e il sigaro di tres cuartos in bocca,
«...... mestier facile e piano.»
I primi giorni non potevo allontanarmi dalla piazza della Puerta del Sol; ci stavo ore ed ore, e mi ci divertivo tanto, che avrei voluto passarci la giornata. È una piazza degna della sua fama; non tanto per la sua vastità e la sua bellezza, quanto per la gente, per la vita, per la varietà dello spettacolo che presenta a tutte le ore del giorno. Non è una piazza come le altre: è insieme un salone, un passeggio, un teatro, un'accademia, un giardino, una piazza d'armi, un mercato. Dallo spuntar del giorno fino a un'ora dopo mezzanotte, v'è una folla immobile, e una folla che va e viene per le dieci grandi strade che vi metton capo, e un inseguirsi, e un incrociarsi di carrozze che dà il capo giro. Là convengono i negozianti, là i demagoghi disoccupati, là gl'impiegati smessi, i vecchi pensionati, i giovani eleganti; là si traffica, si discorre di politica, si fa all'amore, si passeggia, si leggono i giornali, si dà la caccia ai debitori, si cercan gli amici, si preparano le dimostrazioni contro il Ministero, si coniano le false notizie che fanno il giro della Spagna, si tesse la cronaca scandalosa della città. Sui marciapiedi, che son larghi da poterci far passare quattro carrozze di fronte, bisogna aprirsi il passo a forza: nello spazio d'una lastra di pietra vedete una guardia civile, un venditor di fiammiferi, un sensale, un povero, un soldato, tutti in un mazzo. Passano frotte di scolari, serve, generali, ministri, contadini, toreros, signore; vagabondi spiantati che vi domandan l'elemosina nell'orecchio per non farsi scorgere, mezzani che vi guardano con occhio interrogativo, donne leggere che vi urtano al gomito; da tutte le parti cappelli in aria, sorrisi, strette di mano, saluti allegri, grida di:—Largo,—di facchini carichi e di merciaiuoli col botteghino al collo; urli di venditori di giornali, strilli di acquaiuoli, squilli di corno delle diligenze, chiocchi di frusta, rumor di sciabole, tintinnío di chitarre, canti di ciechi. Poi passano i reggimenti colle bande musicali, passa il Re, s'innaffia la piazza con immensi getti d'acqua che s'incrociano nell'aria, vengono i portatori d'avvisi ad annunciar gli spettacoli, irrompono sciami di monelli con bracciate di supplementi, esce un esercito d'impiegati dai Ministeri, ripassan le bande musicali, le botteghe s'illuminano, la folla si fa più fitta, i colpi di gomito spesseggiano, cresce il vocío, lo strepito, il moto. E non è moto di popolo affaccendato; è vivacità di gente allegra, è gaiezza carnevalesca, ozio inquieto, ribollimento, febbriciattola di piacere, che vi si attacca e vi tien lì o vi spinge in giro come un arcolaio senza lasciarvi uscir dalla piazza; una curiosità che non si stanca mai, una beata voglia di spassarsela, di non pensare a nulla, d'ascoltar chiacchiere, di bighellonare, di ridere. Tale è la famosa piazza di Puerta del Sol.
Un'ora passata là basta per far conoscer di vista, nei suoi varii aspetti, il popolo di Madrid. Il basso popolo veste come nelle nostre grandi città; i signori, se si toglie la cappa che portan l'inverno, si attengono al figurino di Parigi; e son tutti, dal duca allo scrivano, dallo sbarbatello al vecchio tentenna, lindi, azzimati, impomatati, inguantati, come uscissero allora allora dal gabinetto di toeletta. Somigliano da questo lato ai napoletani: belle capigliature nere, barbe coltissime, mani e piedi di donna. Raro il vedere un cappello basso: tutti cappelli a staio; e poi mazze, catene, ciondoli, spille, e nastri all'occhiello a migliaia. Le signore, fuor che in certi giorni di festa, vestono anch'esse alla francese; le donne del medio ceto portano ancora la mantiglia; gli antichi stivaletti di raso, la peineta, i colori vivi, il costume nazionale, in una parola, è sparito. Son però sempre quelle donnine tanto decantate per i loro grandi occhi, per le loro mani di bimbe, per i loro piedini; di capelli nerissimi, ma di pelle meglio bianca che bruna, bene appettate, diritte, svelte, vivaci.
Per passare in rassegna il bel sesso di Madrid, bisogna andare alla passeggiata del Prado, che è per Madrid quello che son per Firenze le Cascine. Il Prado propriamente detto, è un larghissimo viale, non molto lungo, fiancheggiato da viali minori, che si stende ad oriente della città, accanto al famoso giardino del Buen retiro, ed è chiuso alle due estremità da due enormi vasche di pietra, l'una sormontata da una Cibele colossale, assisa sul cocchio, tratto dai cavalli marini; l'altra da un Nettuno di eguale grandezza; tutti e due incoronati di copiosi zampilli che s'incrociano e ricascano graziosamente con allegro mormorìo. Questo grande viale, assiepato lungo i lati da migliaia di seggiole, e da centinaia di banchi d'acquaioli e di aranciai, è la parte più frequentata del Prado, e si chiama il Salon del Prado. Ma il passeggio prosegue oltre la fontana di Nettuno; vi sono altri viali, altre fontane, altre statue; si va in mezzo agli alberi e ai zampilli fino alla chiesa di Nostra Signora di Atocha, la famosa chiesa colmata di doni da Isabella II dopo l'attentato del 2 febbraio del 1852, nella quale il re Amedeo andò a visitare il cadavere del generale Prim. Di là si abbraccia collo sguardo un vasto tratto della deserta campagna di Madrid e le montagne nevose del Guadarrama. Ma il Prado è il passeggio più famoso, non il più bello nè il più vasto della città. Sul prolungamento del Salone, al di là della fontana di Cibele, si stende per quasi due miglia il passeggio di Recoletos, fiancheggiato a destra dal vasto e ridente borgo di Salamanca, il borgo dei ricchi, dei deputati e dei poeti; a sinistra da una lunghissima catena di palazzine, di villette, di teatri, di edifizi nuovi coloriti di vivi colori. Non è un passeggio solo, son dieci, l'uno accanto all'altro, e l'un più bello dell'altro; strade per le carrozze, strade pei cavalli, viali per la gente che cerca la folla, viali pei solitarii, divisi da sterminate siepi di mortella, fiancheggiati, interrotti da giardini e da boschetti, nei quali sorgon statue e fontane, e s'intersecano sentierini misteriosi. I giorni di festa vi si gode uno spettacolo incantevole: da un capo all'altro dei viali, son due processioni opposte di gente, di carrozze, di cavalli; nel Prado si può appena camminare; i giardini sono affollati di migliaia di ragazzi; suonan le musiche dei teatri diurni; in ogni parte si sente un mormorío di fontane, un fruscío di vesti, un gridío di bambini, uno scalpitío di cavalli; non v'è solo il movimento, e la gaiezza d'una passeggiata; v'è il lusso, lo strepito, il turbinío, l'allegrezza febbrile d'una festa. La città, in quell'ore, è deserta. Sull'imbrunire, tutta quell'immensa folla si riversa nella gran strada Alcalà, e allora dalla fontana di Cibele fino alla Puerta del Sol non si vede che un mare di teste, solcate da una fila di carrozze a perdita d'occhio.
Come per le passeggiate, così in fatto di teatri e di spettacoli, Madrid è, senza dubbio, una delle prime città del mondo. Oltre il gran teatro dell'Opera, che è vastissimo e ricchissimo; oltre il teatro della Commedia, il teatro della Zarzuela, il Circo di Madrid, che son tutti teatri di prim'ordine, per ampiezza, eleganza, e concorso di gente; v'è una corona di teatri minori per le compagnie drammatiche, per le compagnie equestri, per le accademie musicali, per i vaudevilles, teatri a sala, a palchi, a gallerie, grandi e piccini, signorili e plebei, per tutte le borse, per tutti i gusti e per tutte le ore della notte; e non ce n'è uno fra tanti che non sia ogni sera affollato. Poi v'è il Circo dei Galli, il Circo dei Tori, i balli popolari, i giochi; qualche giorno vi sono fino a venti spettacoli diversi, a cominciar da mezzodì fino a poco prima dell'alba. Lo spettacolo dell'Opera, per il quale il popolo spagnuolo è appassionato, è sempre splendido, non solamente nella stagione del carnevale, ma in tutte le stagioni: nel tempo ch'io fui a Madrid, cantava la Fricci al teatro della Zarzuela e lo Stagno al Circo, l'una e l'altro, circondati di valentissimi artisti, con orchestre eccellenti e grandiose apparature. I più celebri cantanti del mondo fanno a gara per andar a cantare nella Capitale della Spagna; gli artisti vi sono ricercati, festeggiati; la passione della musica è la sola che può stare in bilancia colla passione dei tori. Anche il teatro della Commedia ha gran voga. L'Hatzembuch, il Breton de los Herreros, il Tamayo, il Ventura, il D'Ayala, il Guttierrez, ed altri moltissimi scrittori drammatici, quali morti, quali viventi, noti anche fuori di Spagna, hanno arricchito il teatro moderno d'un gran numero di commedie, che pur non avendo quel profondo stampo nazionale che rese immortali le opere drammatiche del gran secolo della letteratura spagnuola, son piene di calore, di sale, di sapore di lingua, e senza confronto più sanamente educative delle commedie francesi. E si rappresentan le commedie moderne, ma non si dimenticano le antiche: negli anniversarii del Lopez de Vega, del Calderon, del Moreto, del Tirso de Molina, dell'Alarcon, di Francesco de Rojas, e degli altri grandi luminari del teatro spagnuolo, si rappresentano con pompa solenne i loro capolavori. Gli attori però non finiscono di soddisfare gli autori; partecipano dei difetti dei nostri: moto, grido, singhiozzo soverchio; e molti preferiscono ancora i nostri, perchè ci trovan più varietà di cadenze e di accenti. Oltre la tragedia e la commedia, si rappresenta poi un componimento drammatico affatto spagnuolo, lo zainete, nel quale fu maestro un Ramon de la Cruz, una specie di farsa, che è per lo più una rappresentazione di costumi andalusi, con personaggi della campagna e del volgo, ed attori che imitano il vestire, l'accento, i modi di quella gente con una maestria ammirabile. Le commedie vengon tutte stampate, e son lette avidamente, anche dal popolo minuto; i nomi degli scrittori sono popolarissimi; la letteratura drammatica, in una parola, è oggi ancora, come altre volte, la più diffusa e la più ricca.