Quando regnavano i Borboni tutto il palazzo reale era occupato: il Re abitava la parte sinistra, verso la piazza d'Oriente; Isabella, la parte che guarda da un lato sulla piazza d'Oriente, e dall'altro sulla piazza dell'Armeria; il Montpensier, la parte opposta a quella della regina; i principi avevano ciascuno un appartamento verso il Giardino del Moro. Nel tempo che vi soggiornò il re Amedeo, una gran parte dell'immenso edifizio rimase vuota. Egli non aveva che tre piccole stanze: un salottino da studio, una camera da letto, e il tocador (stanzino da toeletta). La camera da letto dava in un lungo corridoio che conduceva alle due stanzine dei principi, accanto alle quali era l'appartamento della Regina, che non voleva scostarsi mai dai suoi figliuoli. V'era poi un salone pei ricevimenti. Tutta questa parte del palazzo che serviva per l'intera famiglia reale, era occupata prima dalla sola regina Isabella. Quando ella seppe che Don Amedeo e donna Vittoria s'eran contentati di così piccolo spazio, si dice che abbia esclamato con meraviglia:—Poveri giovani, non vi si potranno muovere!

Il Re e la Regina solevan pranzare con un maggiordomo e una dama di Corte. Dopo il pranzo, il Re fumava un sigaro di Virginia (se lo sappiano i detrattori di questo principe dei sigari), e andava nel suo gabinetto ad occuparsi delle cose di Stato. Soleva pigliar molti appunti e consigliarsi spesso colla Regina, specie quando si trattava di metter l'accordo tra i Ministri, o comporre gli animi divisi dei capi di parte. Leggeva un gran numero di gazzette d'ogni colore, le lettere cieche che lo minacciavan di morte, quelle che gli davan dei consigli, le poesie satiriche, i progetti di rinnovamento sociale, tutto quello che gli mandavano. Verso le tre esciva dal Palazzo a cavallo, le trombe della Guardia squillavano, un servitore vestito di rosso lo seguiva alla distanza di cinquanta passi. A vederlo, si sarebbe detto ch'egli non sapeva d'essere il Re: guardava i bambini che passavano, le insegne delle botteghe, i soldati, le diligenze, le fontane, con un'espressione di curiosità quasi infantile. Percorreva tutta la strada Alcalà, lentamente, come un cittadino sconosciuto che pensasse ai fatti suoi, e se ne andava al Prado a godere la sua parte d'aria e di sole. I Ministri strillavano; i borbonici, assuefatti all'imponente corteo d'Isabella, dicevano ch'egli strascinava per le strade la maestà del trono di San Ferdinando; persino il servitore che lo seguiva, guardava intorno con un'aria crucciata, come per dire:—Vedete un po' che pazzie!—ma checchè si dicesse, il Re non poteva pigliar l'abitudine di aver paura. E gli Spagnuoli, convien dirlo, gli rendevan giustizia, e qual si fosse il giudizio che portassero della sua mente, della sua condotta e del suo governo, non mancavan mai di soggiungere:—In quanto a coraggio poi, non c'è nulla da dire.

Ogni domenica v'era pranzo a Corte. Erano invitati generali, deputati, professori, accademici, uomini chiari nelle lettere e nelle scienze: la Regina parlava con tutti e di tutto, con una sicurezza e una grazia, che per quanto si sapesse prima del suo ingegno e della sua coltura, superava sempre l'aspettativa. Il popolo, naturalmente, parlando di quello ch'ella sa, faceva le frangie: diceva del greco, dell'arabo, del sanscrito, dell'astronomia, della matematica. Ma è vero che discorreva argutamente di cose lontanissime da ogni consuetudine di studi femminili, e non con quel parlar vago e spicciativo che è proprio di chi non sa altro che titoli e nomi. Aveva studiato profondamente la lingua spagnuola, e la parlava oramai come la propria; la storia, la letteratura, i costumi della sua nuova patria, le eran famigliari; non le mancava per essere spagnuola davvero, che il desiderio di rimanere in Ispagna. I liberali brontolavano, i borbonici dicevano:—Non è la nostra regina;—ma tutti nutrivan per lei un profondo rispetto. I giornali più arrabbiati dicevan tutt'al più la esposa de Don Amedeo, invece di dire La reina. Il più violento dei deputati repubblicani, facendo allusione a lei in un suo discorso alle Cortes, non potè a meno di proclamarla—illustre e virtuosa.—Era la sola persona della Casa sulla quale nessuno si permettesse mai uno scherzo nè di lingua nè di penna: era come una figura lasciata in bianco in mezzo a un quadro di caricature maligne.

Quanto al Re, par che la stampa spagnuola godesse d'una libertà sconfinata. Sotto la salvaguardia dell'appellativo di Savoiardo, di straniero, di giovane della Corte, i giornali avversi alla dinastia dicevano, in sostanza, quello che volevano, e ne dicevan delle amene. Questo se la pigliava a cuore perchè il Re era feo de cara y de perfil, (brutto di viso e di profilo); quello si rodeva perchè camminava troppo stecchito; un terzo trovava a ridire sulla sua maniera di rendere il saluto; e altre piccinerìe da non credersi. Ciò non ostante il popolo di Madrid aveva per lui, se non l'entusiasmo dell'Agenzia Stefani, almeno una simpatia molto viva. La semplicità dei suoi costumi e la bontà del suo cuore eran proverbiali anche fra i fanciulli. Si sapeva ch'egli non serbava rancore con nessuno, neanco con quelli che si eran condotti poco degnamente con lui; che non aveva mai fatto un atto dispettoso a nessuno; che non s'era mai lasciato sfuggire di bocca una parola amara contro i suoi nemici. A chi parlasse di pericoli personali ch'egli potesse correre, ogni buon popolano rispondeva sdegnosamente che il popolo spagnuolo rispetta chi ha fede in lui; i suoi nemici più acerrimi, ne parlavano con ira, ma non con odio; coloro stessi che non si levavano il cappello incontrandolo per via, si sentivano stringere il cuore vedendo che altri non se lo levava, e non potevano nascondere un sentimento di tristezza. Vi sono immagini di Re caduti sulle quali si stende un drappo nero, altre che si ricoprono d'un velo bianco che le fa intravvedere più belle e più venerabili; su codesta, la Spagna ha steso un velo bianco. E chi sa se un giorno la vista di codesta immagine non strapperà dal petto d'ogni onesto spagnuolo un sospiro segreto, come il ricordo d'una cara persona offesa, o come una voce pacata e benigna che dica in suono di mesto rimprovero:—Eppure.... tu hai fatto male!


Una domenica il Re passò in rassegna i voluntarios de la libertad, che sono una specie di guardie nazionali italiane, colla differenza che quelli prestano un buon servizio spontaneamente, e queste non lo prestan neppur cattivo per forza. I voluntarios dovevano schierarsi lungo i viali del Prado; una folla immensa li aspettava. Quando io arrivai v'eran già tre o quattro battaglioni. Il primo era il battaglione dei veterani, tutti uomini sulla cinquantina, non pochi vecchissimi, vestiti di nero, col cappelletto alla Ros, con galloni sopra galloni, e croci sopra croci, lindi e luccicanti come allievi di Accademia, e nel mover degli occhi alteri e tardi, da confondere i granatieri della Vecchia guardia. C'era dopo un altro battaglione con un'altra uniforme: calzoni bigi, tunica aperta e rivoltata sul petto con larghe mostre di panno rossissimo; non più Ros, cheppì con pennacchio azzurro, e baionetta innastata sul fucile. Altro battaglione, altra uniforme; non più cheppì, di nuovo Ros; non più mostre di panno rosso, ma di panno verde; calzoni d'altro colore; non baionette, ma daghe. Un quarto battaglione, un quarto uniforme: pennacchi, colori, armi, tutto diverso. Giungono altri battaglioni, altre foggie. Alcuni hanno l'elmo prussiano, altri l'elmo senza punta; chi ha le baionette, chi le daghe diritte, chi le daghe ricurve, chi le daghe serpeggianti; qui soldati coi cordoni, là senza cordoni, più in là cordoni di nuovo; centurini, spalline, cravatte, penne, ogni cosa cangia ad ogni tratto. E son tutte divise sfoggiate e pompose con cento colori e cento gingilli che pendono, luccicano e svolazzano. Ogni battaglione ha una bandiera di forma diversa, coperta di ricami, di nastri, di frangie; fra gli altri si vedon dei militi vestiti da paesani, con una banda qualunque cucita a lunghi punti sovra un par di calzoni rappezzati; alcuni senza cravatta, altri con cravatta nera, panciotto aperto e camicia ricamata; ragazzi di quindici, di dodici anni, armati di tutto punto, in mezzo alle file; vivandierine con sottane corte e calzoni rossi, e canestri pieni di sigari e d'aranci. Davanti ai battaglioni, è un continuo correre di ufficiali a cavallo. Ogni maggiore porta sul capo, o sul petto o sulla sella qualche ornamento di sua invenzione; ad ogni tratto passa una staffetta che non si sa a che diavol di Corpo appartenga; si vedon galloni sulle braccia, sulle spalle, intorno al collo, d'argento, d'oro, di lana; medaglie e croci fitte tanto da nascondere mezzo il petto, messe l'una su l'altra, e sopra e sotto la cintura; guanti di tutti i colori dell'iride; sciabole, spade, spadine, spadoni, pistole, rivoltelle; un miscuglio, insomma, di tutte le divise e di tutte le armi di tutti gli eserciti, una varietà da stancare dieci commissioni ministeriali per la modificazione del vestiario, una confusione da perderci il capo. Non ricordo se fossero dodici o quattordici battaglioni; ciascuno dei quali scegliendo la propria divisa, s'era sforzato di riuscire quanto più era possibile diverso da tutti gli altri. Erano comandati dal Sindaco, che aveva anch'egli un'uniforme fantastica. Potevano essere un ottomila uomini. All'ora fissata, un improvviso scorrazzare di ufficiali di stato maggiore e un sonar clamoroso di trombe annunziò l'arrivo del Re. Arrivò in fatti dalla strada d'Alcalà Don Amedeo, a cavallo, vestito da capitan generale, con stivaloni, calzoni bianchi e divisa a coda di rondine; e dietro a lui un folto stuolo di generali, d'aiutanti di campo, di servitori rosso-vestiti, di lancieri, di corazzieri, di guardie. Dopo che ebbe percorsa tutta la fronte dell'esercito, dal Prado fino alla chiesa di Atocha, in mezzo a una folla fitta e silenziosa, ritornò verso la strada Alcalà. Qui era una moltitudine immensa che ondeggiava e rumoreggiava come un mare. Il Re e il suo stato maggiore s'andarono a fermare davanti alla chiesa di San José colle spalle volte alla facciata, e la cavalleria fece sgombrare, a gran fatica, un piccolo spazio per dove potessero sfilare i battaglioni.

Sfilarono per plotoni. Via via che passavano, a un cenno del comandante gridavano:—Viva el Rey! Viva Don Amadeo primero!

Il primo ufficiale che lanciò il grido ebbe una idea infelice. L'evviva gridato spontaneamente dai primi diventò come un dovere per tutti gli altri; e fu cagione che il pubblico pigliasse la maggior o minor forza ed armonia delle voci come segno di dimostrazione politica. Alcuni plotoni gridavano un evviva così fioco e corto, che pareva la voce d'un gruppo di malati che chiedessero aiuto: allora la folla prorompeva in risa. Altri plotoni gridavano a squarciagola, ed anco il loro grido era interpretato come una dimostrazione di ostilità alla dinastia. Varie voci correvano fra la gente serrata intorno a me. Uno diceva:—Ora viene il tal battaglione, è un battaglione di repubblicani, vedrete che non grida.—Il battaglione non gridava: gli spettatori tossivano. Un altro diceva:—È una vergogna, una mancanza d'educazione; a mi tampoco me gusta Don Amadeo, pero callo (taccio) y respeto.—Vi fu qualche litigio. Un giovinastro gridò viva con voce in falsetto, un caballero gli diede dell'impertinente, quegli si risentì, alzarono tutti e due le mani, un terzo li divise. Tra battaglione e battaglione passavano cittadini a cavallo; alcuni non si levavano il cappello, e fissavano nondimeno il Re; e allora si sentivan nella folla voci diverse come muy bien e mal criado. Altri che avrebbero voluto salutare, non salutavano per paura; e passavano col capo basso e il viso rosso. Altri invece, stomacati da quello spettacolo, facevano alla barba di tutti una coraggiosa dimostrazione di amedeismo, passando col cappello in mano, e guardando ora rispettosamente il Re, ora fieramente la folla, pel tratto di una decina di passi. Il Re restò immobile fino alla fine dello sfilamento con una espressione inalterata di serena alterezza. Così ebbe fine la rassegna.

Questa milizia nazionale, benchè meno disfatta e sfinita della nostra, non è più tuttavia che una larva; il ridicolo ne ha corroso le radici; ma come divertimento nei giorni di festa, benchè il numero dei volontarii sia molto scemato (ascendevano una volta a trentamila), è sempre uno spettacolo che rivende tutte le antenne e tutti i cenci rossi del signor Ottino.