LE CORSE DEI TORI.
Il trentun di marzo s'inaugurò lo spettacolo delle corse dei Tori. Discorriamone a nostro bell'agio, perchè l'argomento n'è degno. Chi ha letto la descrizione del Baretti, faccia conto di non aver letto nulla. Il Baretti non vide che le corse dei tori di Lisbona, che appetto a quelle di Madrid son giuochi da ragazzi; la sede dell'arte è Madrid; qui i grandi artisti, qui gli spettacoli sfarzosi, qui gli spettatori esperti, qui i giudici che sanciscono la gloria. Il Circo di Madrid è il Teatro della Scala dell'arte toresca.
L'inaugurazione delle Corse dei Tori a Madrid è assai più importante d'un cangiamento di Ministero; un mese prima n'è sparso l'annunzio in tutta la Spagna; da Cadice a Barcellona, da Bilbao ad Almeria, nei palazzi dei Grandi e nei tugurii dei poveri, si parla degli artisti e delle razze dei tori; si istituiscono corse di piacere fra le provincie e la Capitale; chi è corto a quattrini, fa dei risparmi per potersi procurare un bel posto nel Circo il giorno solenne; i padri e le madri promettono ai figliuoli studiosi che ce li condurranno; gli amanti lo promettono alle belle; i giornali assicurano che si avrà una buona stagione; i toreros scritturati, che si vedon già per Madrid, son segnati a dito; corre voce che i tori sono già arrivati, c'è chi li ha visti, si briga per andarli a vedere; son tori dei pascoli del duca di Veragua, del marchese de la Merced, dell'eccellentissima signora vedova di Villaseca, stupendi, formidabili; s'apre l'ufficio per gli abbonamenti, accorrono in folla i dilettanti, i servitori delle famiglie nobili, i sensali, gli amici incaricati dagli assenti; il primo giorno l'Impresario ha incassato cinquantamila lire, il secondo, trenta, in una settimana cento mila; Frascuelo, il famoso matador, è arrivato; è arrivato il Cuco, è arrivato il Calderon; ci son tutti; ancora tre giorni! migliaia di persone non parlan d'altro, vi son signore che sognano il Circo, ministri che non han più il capo agli affari, vecchi dilettanti che non stan più nella pelle; operai, poveri che non fumano più il cigarrito per aver quei pochi soldi il giorno dello spettacolo. Finalmente s'arriva alla vigilia: il sabato mattina, prima dell'alba, in una stanza a terreno della strada d'Alcalà, si cominciano a vendere i biglietti; v'è già una folla di gente prima che s'apra la porta; urlano, si pigiano, si picchiano; venti guardie civili colla rivoltella alla cintura duran fatica a ottener un po' di quiete; fino a notte è un via vai incessante. Spunta il giorno sospirato: lo spettacolo comincia alle tre; a mezzodì muove gente da tutte le parti verso il Circo; il Circo è all'estremità del borgo di Salamanca, al di là del Prado, fuori di porta Alcalà; tutte le strade che vi conducono, sono corse da una processione di popolo; nei dintorni dell'edifizio è un formicolaio; arrivano drappelli di soldati e di volontarii della libertà, preceduti dalle bande musicali; una turba d'acquaioli e d'aranciai empiono il cielo di grida; i rivenditori di biglietti corrono qua e là chiamati da cento voci; disgraziato chi non ha ancora il suo biglietto! pagherà il doppio, il triplo, il quadruplo! ma che importa? si pagò un biglietto anche cinquanta, anche ottanta lire! Si aspetta il Re, si dice che verrà pure la Regina; cominciano ad arrivare le carrozze dei pezzi grossi; il duca Fernan Nunez, il duca di Abrantes, il marchese de la Vega de Armijo, una folla di grandi di Spagna, le deesse dell'aristocrazia; i ministri, i generali, gli ambasciatori, tuttociò che v'è di bello, di splendido e di potente nella grande città. S'entra nel Circo per molte porte; prima d'entrare s'è già assordati.
Entrai: il Circo è immenso. Visto di fuori non presenta nulla di notevole, è un edifizio rotondo, basso, senza finestre, intonacato di giallo; ma all'entrare, si prova un senso vivissimo di meraviglia. È un Circo per un popolo, ci stanno diecimila spettatori, ci potrebbe armeggiare un reggimento di cavalleria. L'arena è circolare, vastissima, da contener dieci dei nostri circhi equestri, cinta da una barriera di legno, alta fin quasi al collo d'un uomo, munita dalla parte interna d'un piccolo rilievo, a pochi palmi da terra, sul quale mettono il piede i toreros per saltar al di là, quando il toro gl'insegue. Dopo questa barriera, ve n'è un'altra più alta, perchè il toro salta sovente al di là della prima; fra questa e quella corre tutt'intorno all'arena una corsía, larga un po' più d'un metro, nella quale vanno e vengono i toreros prima del combattimento, e stanno durante il combattimento i servitori del Circo, i falegnami pronti a riparare ai guasti che può fare il toro, le guardie, i venditori d'aranci, i dilettanti che godono dell'amicizia dell'Impresario, i pezzi grossi ai quali è concesso di fare un buco nel regolamento. Al di là della seconda barriera, s'alza una gradinata di pietra; al di là della gradinata i palchi; sotto i palchi corre una galleria occupata da tre giri di sedili. I palchi son grandi da capire ciascuno due o tre famiglie; il palco del Re è una gran sala; accanto al palco del Re, v'è quello del Municipio, dal quale il Sindaco, o qualcuno per lui, presiede allo spettacolo. V'è il palco dei Ministri, del Governatore, degli Ambasciatori; ogni famiglia nobile n'ha uno; i giovanotti bontonisti, come direbbe il Giusti, n'hanno uno in molti; ci son poi i palchi d'affitto, che costano un subisso. Tutti i posti delle gradinate son numerati; ciascuno ha il suo biglietto; l'entrata si fa senza il menomo disordine. Il Circo è diviso in due: la parte dove batte il sole, la parte all'ombra; in questa si paga di più; nell'altra va il basso popolo. L'arena ha quattro porte a intervalli quasi uguali fra loro: la porta per la quale entrano i toreros, quella per i tori, quella pei cavalli, quella per gli annunziatori dello spettacolo, sotto il palco del Re. Al di sopra della porta per la quale entrano i tori, s'alza una specie di terrazza, che si chiama il toril: fortunato chi ci può trovar posto! Su questa terrazza, sur un palchetto, stanno coloro che, a un cenno che si fa dal palco del Municipio, suonan la tromba e il tamburo per annunziare l'uscita del toro. In faccia al Toril, dalla parte opposta dell'Arena, sulla gradinata, c'è la banda musicale. Tutta la gradinata è divisa in scompartimenti, ognuno dei quali ha la sua porta d'entrata. Prima che cominci lo spettacolo, il popolo può entrar nell'Arena, e girare per tutti i recessi dell'edifizio; si va a vedere i cavalli, chiusi in un cortile, destinati la maggior parte, ahimè! a morire; si va a vedere i chiusi oscuri entro cui son serrati i tori, che si fan poi passare dall'uno all'altro, fino a un corridoio, dal quale si slancian nell'arena; si va a vedere l'Infermeria dove son trasportati i toreros feriti; una volta c'era da veder pure una Cappella, nella quale celebravasi la messa durante il combattimento, e i toreros andavano a pregare prima d'affrontare la belva; si va presso la porta principale d'entrata, dove sono esposte le banderillas che saranno confitte nel collo ai tori, e dove si vede una folla di toreros vecchi, quale storpio, quale senza un braccio, quale colle stampelle, e di toreros giovani, che non sono ancora ammessi agli onori del Circo di Madrid; si compra un numero del giornale il Buletin de los Toros che promette meraviglie per la funcion del giorno; ci si fa dare dai custodi il programma dello spettacolo, e un fogliolino stampato, diviso in colonne, per notarvi i colpi di picca, le stoccate, le cadute, le ferite; si gira per gl'interminabili corridoi e le interminabili scale in mezzo a una folla che va e viene, sale e scende gridando e strepitando, da far tremar l'edifizio; e finalmente si ritorna al proprio posto.
Il Circo è pieno zeppo ed offre uno spettacolo del quale è impossibile, a chi non l'abbia visto, di formarsi un'immagine; è un mare di teste, di cappelli, di ventagli, di mani che s'agitano in aria; dalla parte dell'ombra, dove sono i signori, tutto nero; dalla parte del sole, dov'è il basso popolo, mille colori vivissimi di vestiti, di ombrellini, di ventagli di carta, un'immensa mascherata; non c'è più posto per un bambino; la folla è compatta come una falange, nessuno può uscire, si stenta a muovere le braccia. E non è un brulichío, uno strepito come negli altri teatri; è diverso; è un'agitazione, una vita affatto propria del Circo; tutti gridano, si chiamano, si salutano, con un'allegrezza frenetica; i bambini e le donne strillano, gli uomini più gravi folleggiano come giovinetti; i giovani, a gruppi di venti, di trenta insieme, vociando in cadenza, e battendo le canne sulle gradinate, annunziano al rappresentante del Municipio che è l'ora; nei palchi è un ribollimento da piccionaja di teatro diurno; al gridío assordante della folla si mescono gli urli d'un centinaio di rivenditori che gettano aranci da tutte le parti; suona la banda, i tori muggiscono, rumoreggia la folla accalcata di fuori; è uno spettacolo che dà le vertigini; prima che la lotta cominci, si è già stanchi, ebbri, smemorati.
All'improvviso s'alza un grido:—El Rey!—Il Re è arrivato; è arrivato in una carrozza tirata da quattro cavalli bianchi, montati da servitori vestiti del pittoresco costume andaluso; le vetriere che chiudono il palco reale s'aprono; il Re entra con un folto corteo di ministri, di generali, di maggiordomi. La Regina non c'è; si prevedeva: si sa che ha orrore di codesto spettacolo; oh! ma il Re non ci poteva mancare, c'è sempre venuto; si dice che ne va matto. È l'ora, si comincia. Mi ricorderò per tutta la vita del freddo che sentii nelle vene in quel punto.
Squilla la tromba: quattro guardie del Circo, a cavallo, con cappello e pennacchio alla Enrico IV, mantellina nera, giustacore, stivaloni, spada, entrano dalla porta che è sotto il palco del Re, e fanno a lento passo il giro dell'Arena; la gente sgombra, ognuno va al suo posto, l'Arena riman vuota. I quattro cavalieri si vanno a mettere a due a due dinanzi alla porta, ancora chiusa, che fa fronte al palco reale. I diecimila spettatori hanno l'occhio là, si fa un silenzio generale; di là deve uscir la cuadrilla, tutti i toreros, in gran gala, che vengono a presentarsi al Re e al popolo. La banda suona, la porta s'apre, s'ode uno scoppio immenso d'applausi, i toreros si avanzano. Vengon primi i tre espadas, Frascuelo, Lagartijo, Cayetano, i tre famosi, vestiti del costume di Figaro nel Barbiere di Siviglia, di raso, di seta, di velluto ranciato, incarnato, azzurro, coperti di ricami, di frangie, di galloni, di filigrane, di lustrini, di ciondolini d'oro e d'argento, che nascondon quasi tutto il vestito; avvolti in ampie cappe gialle e rosse; con calze bianche, cintura di seta, un gruppo di treccie sulla nuca, un berretto di pelo. Vengon dopo i banderilleros e i capeadores, uno stuolo, anch'essi coperti d'oro e d'argento; poi i picadores a cavallo, a due a due, con una gran lancia nel pugno, un cappello grigio, basso, di grandissima tesa, una giacchettina ricamata, un paio di calzoni di pelle di bufalo gialla, imbottiti e guarniti al di dentro di lamine di ferro; poi i chulos, o servitori, vestiti dei loro panni di gala; e tutti insieme attraversano maestosamente l'Arena, dirigendosi verso il palco del Re. Nulla si può immaginare di più pittoresco di quello spettacolo: vi son tutti i colori d'un giardino, tutti gli splendori d'un corteo reale, tutta la gaiezza d'una frotta di maschere, tutta l'imponenza d'una schiera di guerrieri; a chiuder gli occhi, non si vede che un barbaglio d'oro e d'argento. E son uomini bellissimi, i picadores alti e tarchiati come atleti; gli altri sottili, svelti, di forme scultorie, visi bruni, occhi grandi e fieri; figure di gladiatori antichi, vestite con uno sfarzo da principi asiatici.
Tutta la cuadrilla si arresta dinanzi al palco del Re e saluta; l'Alcade fa cenno che si può cominciare; cade dal palco nell'Arena la chiave del toril dove son chiusi i tori; una guardia del Circo la raccoglie e la rimette al custode che si va a piantare accanto alla porta, pronto ad aprire. Lo stuolo dei toreros si scioglie, gli espadas saltano al di là della barriera, i capeadores si sparpagliano per l'Arena agitando le loro capas rosse e gialle, dei picadores alcuni si ritirano ad aspettare il loro turno, gli altri spronano il cavallo e vanno ad appostarsi a sinistra del toril, alla distanza di una ventina di passi l'un dall'altro, colle spalle volte alla barriera, e la lancia in resta. È un momento d'agitazione, d'ansietà inesprimibile; tutti gli sguardi son fissi alla porta dalla quale uscirà il toro; tutti i cuori battono; un silenzio profondo regna in tutto il Circo; non si sente che il muggito del toro che s'avanza di chiuso in chiuso, nell'oscurità della sua vasta prigione, quasi gridando:—Sangue! Sangue!—I cavalli tremano, i picadores impallidiscono;—ancora un istante;—squilla la tromba, la porta si spalanca, un toro enorme si slancia nell'Arena; un grido formidabile, scoppiato a un punto da dieci mila petti, lo saluta. La strage comincia.
Ah! si ha un bell'avere la fibra forte: in quel momento si diventa bianchi come cadaveri!
Io non ricordo che in confuso ciò che seguì nei primi istanti; non so dove avessi la testa. Il toro si slanciò contro il primo picador, poi retrocedette, riprese la corsa, e si slanciò contro il secondo; seguì una lotta, non ricordo; di lì a un minuto il toro si slanciò contro il terzo; poi corse in mezzo all'Arena, si fermò e guardò. Guardai io pure e mi copersi il viso colle mani. Tutta la parte dell'Arena che il toro aveva percorso era rigata di sangue; il primo cavallo giaceva in terra, col ventre squarciato, colle viscere sparse; il secondo, col petto aperto da una larga ferita da cui sgorgava il sangue a fiotti, andava qua e là barcollando; il terzo, ch'era stato buttato a terra, si sforzava di rialzarsi; i chulos, accorsi in fretta, sollevavano da terra i picadores, toglievan la sella e le briglie al cavallo morto, cercavan di mettere in piedi il ferito; un urlìo d'inferno risuonava da tutte le parti del Circo. Così comincia per lo più lo spettacolo. I primi a ricever l'urto del toro sono i picadores; l'aspettano di piè fermo, e gli piantano la lancia tra capo e collo nell'atto ch'ei s'abbassa per dar la cornata al cavallo. La lancia, si noti, non ha che una piccola punta, che non può aprire una ferita profonda, e i picadores debbono, facendo forza col braccio, tener il toro lontano, e salvare la cavalcatura. Ci vuol un colpo d'occhio sicuro, un braccio di bronzo e un cuore intrepido; non sempre ci riescono; anzi non ci riescono il più delle volte, e il toro pianta le corna nella pancia del cavallo, e il picador cade a terra. Allora i capeadores accorrono, e mentre il toro sbarazza le corna dalle viscere della sua vittima, gli agitano le capas sugli occhi, lo distraggono, si fanno inseguire, e lasciano in salvo il cavaliere caduto, che i chulos vanno a soccorrere, per rimetterlo in sella se il cavallo regge ancora, o portarlo all'infermeria, se si è sfracellata la testa.