Dopo la Cattedrale, il mio cicerone mi condusse a vedere la famosa chiesa di San Juan de los Reyes, posta sulle rive del Tago. La mente mi si turba ancora a pensare ai giri e rigiri che dovemmo fare per andarvi. Era mezzogiorno, le strade deserte; via via che ci allontanavamo dal centro della città, la solitudine si faceva più trista; non si vedeva una porta nè una finestra aperta, non si sentiva il più leggero rumore. Un momento ebbi il sospetto che il cicerone fosse di balla con qualche assassino per tirarmi in un luogo appartato e farmi spogliare; una faccia sospetta l'aveva; e poi guardava qua e là coll'aria sospettosa, di chi medita un delitto. “C'è ancora molto?” domandavo io di tratto in tratto; ed egli rispondeva sempre: “Aqui está,” e non si arrivava mai. A un certo punto la mia inquietudine si cangiò in spavento: in una stradetta tortuosa si aperse una porta, usciron due uomini barbuti, salutarono con un cenno la pieuvre, e ci vennero dietro. Mi tenni per spacciato. Non c'era che un mezzo di salvamento: menare un pugno al cicerone, da sbatterlo in terra, passare sulla sua carcassa e pigliar la corsa. Ma per dove? E d'altra parte mi vennero in mente gli sperticati elogi che prodiga il Thiers alle jambes espagnoles nella sua Storia della guerra d'Indipendenza; e pensai che lo scappare non sarebbe stato che un espediente per farmi piantare il pugnale nella schiena invece che nello stomaco. Ohimè! morire senza veder l'Andalusia! Morire dopo aver preso tanti appunti, dopo aver dato tante mancie, morire colle tasche piene di lettere di raccomandazione, col portamonete gonfio di dobloni, col passaporto coperto di firme, morire tradito! Come Dio volle, alla prima svoltata, i due barbuti sparirono, e fui salvo. Allora, tocco dal pentimento d'aver sospettato che quel povero vecchio fosse capace d'un delitto, passai alla sua sinistra, gli offersi un sigaro, gli dissi che Toledo valeva due Rome, gli feci mille finezze. Finalmente arrivammo a San Juan de los Reyes.
È una chiesa che pare un palazzo reale. La parte più alta è coperta da una terrazza circondata d'un parapetto traforato e scolpito, sul quale si innalza una corona di statue di re; e nel mezzo sorge una bella cupola esagonata che completa con bella armonia l'edifizio. Dai muri pendono lunghe catene di ferro che furon tolte ai prigionieri cristiani dopo la conquista di Granata, e che insieme al color fosco della pietra, danno alla chiesa un aspetto severo e pittoresco. Entrammo, attraversammo due o tre grandi stanze nude e senza pavimento, ingombre di mucchi di terra e di rottami, salimmo una scala, e riuscimmo sur un'alta tribuna dentro la chiesa, che è uno dei più belli e nobili monumenti dell'arte gotica. È una sola grande navata, divisa in quattro vòlte, i cui archi s'incrociano sotto ricchi rosoni. I pilastri sono coperti di ghirlande e di rabeschi; i muri, ornati d'una profusione di bassorilievi, con enormi scudi dalle armi di Castiglia e d'Aragona, aquile, chimere, animali araldici, fogliami, iscrizioni emblematiche; la tribuna, traforata e scolpita con ricca eleganza, gira tutto intorno; il coro è sostenuto da un arco arditissimo; il colore della pietra è grigio chiaro, e ogni cosa è ammirabilmente finito ed intatto, come se la chiesa fosse stata fabbricata pochi anni prima, invece che sul finire del secolo decimoquinto.
Dalla chiesa scendemmo nel claustro che è una vera meraviglia d'architettura e di scultura. Colonne svelte e gentili, che si potrebbero spezzare in due con un colpo di martello, somiglianti a fusti d'alberelli, sostengono i capitelli sopraccarichi di statuette e di ornamenti, dai quali si spiccano, come curvi rami, archi ornati di fiori, d'uccelli, d'animali grotteschi e d'ogni maniera di fregi. I muri sono coperti d'iscrizioni in carattere gotico, frammiste a fogliami e rabeschi delicatissimi. Dove sia che si guardi, si trovan congiunte la grazia e la ricchezza con un'armonia che innamora; in un eguale spazio, non si poteva accumulare, con arte più squisita, una maggior copia di cose più gentili e più belle; è un lussureggiante giardino di scultura, è una gran sala addobbata di ricami, di trapunti e di broccati di marmo, un gran monumento maestoso come un tempio, magnifico come una reggia, delicato come un giocattolo, grazioso come un mazzo di fiori.
Dopo il claustro c'è da vedere un Museo di pittura, che non contiene se non quadri di poco pregio; e poi il Convento, coi suoi lunghi corridoi, colle sue scale anguste, colle sue celle vuote, già vicino in più punti a cadere in rovina, in altri già rovinato; per tutto nudo e squallido come un edifizio incendiato.
Poco lontano da San Juan de los Reyes, v'è un altro monumento degno d'esser veduto; un curioso ricordo dell'epoca giudaica; la sinagoga designata ora col nome di Santa Maria Blanca. Si entra in un giardino incolto, si picchia alla porta d'una casa d'aspetto meschino, la porta s'apre.... È un senso piacevolissimo di meraviglia, una visione d'Oriente, la rivelazione improvvisa d'un'altra religione e d'un altro mondo. Si vedono cinque strette navate, divise da quattro lunghe file di pilastrini ottagoni, che sostengono tanti archi turcheschi appoggiati su capitelli di stucco di forme diverse; il soffitto di legno di cedro, diviso in scompartimenti uguali; qua e là, sui muri, arabeschi e iscrizioni arabe; la luce che viene dall'alto; ogni cosa bianco. La sinagoga fu ridotta dagli Arabi a moschea; la moschea, ridotta a chiesa dai Cristiani; di modo che essa non è propriamente nessuna delle tre cose; ma serba però il carattere di moschea, e l'occhio vi spazia con diletto, e l'immaginazione insegue di arco in arco le fuggenti immagini di un paradiso voluttuoso.
Visto Santa Maria la Blanca, non mi sentii più la forza di veder altro; e respingendo tutte le proposte tentatrici del cicerone, gli ordinai di ricondurmi all'albergo. Dopo un lungo andare per un labirinto di stradette solitarie, arrivammo; misi una peceta y media nella mano del mio innocente assassino, che trovò la mancia scarsa, e mi domandò ancora (quanto risi della parola!) una piccola gratificacion; ed entrai nella sala da pranzo a mangiare una costoletta, o chuleta (che si legge ciuleta), come la chiamano gli Spagnuoli con un nome che farebbe arricciar il naso in qualche provincia d'Italia.
Verso sera andai a vedere l'Alcazar. Il nome fa sperare un palazzo arabo; ma d'arabo non gli resta che il nome; l'edifizio che si ammira oggidì, fu costrutto sotto il regno di Carlo V, sulle rovine d'un castello, che esisteva già nel secolo ottavo benchè non se ne trovino che vaghe indicazioni nelle cronache del tempo. Questo edifizio sorge sur un'altura a cavaliere della città, di modo che si vedon le sue mura e le sue torri da tutti i punti un po' alti delle strade, e il forestiero se ne può servire di guida per non smarrirsi nel labirinto. Salii sull'altura per una larga strada serpeggiante come quella che conduce dal piano alla città, e mi trovai davanti alla porta dell'Alcazar. È un immenso palazzo quadrato, agli angoli del quale si innalzano quattro grosse torri, che gli danno un aspetto formidabile di fortezza. Davanti alla facciata si stende una vasta piazza, e tutt'intorno una cintura di baluardi merlati alla foggia orientale. Tutto l'edifizio è di un vigoroso color calcare, svariato di mille sfumature da quel potente pittore di monumenti che è il torrido sole del Mezzogiorno; e reso più vivo dal limpidissimo cielo, sul quale si disegnano i contorni maestosi delle mura. La facciata è scolpita a rabeschi con un gusto pieno di nobiltà e d'eleganza. L'interno del palazzo corrisponde al di fuori: è un vasto cortile cinto di due ordini sovrapposti di archi graziosi sostenuti da leggiere colonne; con una monumentale gradinata di marmo, che s'alza nel mezzo del lato opposto alla porta, e si divide, a poca altezza dal suolo, in due branche, che menano, l'una a destra e l'altra a sinistra, nell'interno del palazzo. Per godere la bellezza del cortile bisogna andarsi a porre dove la scala si biforca, là si abbraccia con uno sguardo tutta l'armonia dell'edifizio che produce un senso di allegrezza e di piacere come un gran concerto musicale di gente sparpagliata e nascosta.