Fuor che il cortile, le altre parti dell'edifizio, le scale, le stanze, i corridoi, ogni cosa è rovinato o cade in rovina. Ora si sta lavorando per ridurre il palazzo ad uso di collegio militare, s'imbiancano i muri, si rompon le pareti per far grandi dormentorii, si numerano le porte, si converte la reggia in caserma. Restano però intatti i grandi sotterranei che servivan di scuderie al tempo di Carlo V, e che possono contenere ancora parecchie migliaia di cavalli: il custode mi fece affacciare a un finestrino, dal quale vidi un abisso che mi diede un'idea della loro vastità. Poi salimmo per una serie di scale malferme in una delle quattro torri; il custode aperse colle tanaglie e col martello una finestra inchiodata, e mi disse coll'aria di chi annunzia una meraviglia:—Mire Usted!

È un panorama immenso. La città di Toledo si vede a volo d'uccello, strada per strada, casa per casa, come se ne vedrebbe la pianta stesa sovra una tavola; qui la Cattedrale che s'alza sulla città come uno smisurato castello, e fa parer piccini come casette da giocattolo tutti gli edifizi circostanti; là la terrazza coronata di statue di San Giovanni dei Re; in un altro punto le torri merlate della porta nuova; il circo dei tori; il Tago che scorre ai piedi della città in mezzo a due sponde rocciose; di là dal fiume, accanto al ponte di Alcantara, sur una rupe scoscesa, le rovine dell'antico castello di San Servando; più oltre una verde pianura, e di là roccie e colli e monti a perdita d'occhio, e su, un cielo purissimo, e il sole cadente che indora la sommità dei vecchi edifizii e fa scintillare il fiume come una immensa fascia d'argento.

Mentre io contemplavo quel magico spettacolo, il custode, che aveva letto la storia di Toledo e lo voleva far sapere, mi raccontava ogni sorta di storielle, con quel fare tra poetico e faceto, che è proprio degli Spagnuoli del mezzogiorno. Prima d'ogni cosa, mi volle far conoscere la storia delle opere di fortificazione, e benchè dove egli diceva di veder netto e distinto quello che m'accennava, io non vedessi nulla di nulla, riuscii a capire qualcosa.

Mi diceva che Toledo era stata cinta di mura tre volte, e che si vedevano ancora chiaramente le traccie di tutte e tre le cinte. “Guardi,” diceva, “segua la linea che descrive il mio dito: quella è la cinta romana, la più stretta, e se ne vedono ancora i ruderi. Ora guardi più in là. Quell'altra, più ampia, è la cinta gotica. Ora descriva collo sguardo una curva che abbracci le due prime: quella è la cinta araba, la più recente. Ma gli Arabi hanno fabbricato anche una cinta ristretta sulle rovine della cinta romana.... Questa la vedrà facilmente. Ora osservi la direzione delle strade che convergono verso il punto più alto della città, segua la linea dei tetti, di qui, così: vedrà che tutte le strade vanno su a zig-zag; e sono state fatte apposta in questo modo per poter difendere la città anche dopo che fossero perdute le mura; e le case sono state fabbricate così serrate l'una contro l'altra, per poter saltare di tetto in tetto; si vede; e poi gli Arabi l'han lasciato scritto; ed è per questo che mi fan ridere i signori spagnuoli di Madrid che vengon qui e dicono:—Poh! che strade!—Si vede che non sanno un'acca di storia; se ne sapessero un tantino, se leggessero, un po' invece di passar la giornata al Prado e a Recoletos, capirebbero che le strade strette di Toledo hanno il loro perchè, e che Toledo non è una città per gl'ignoranti.”

Io mi misi a ridere.

“Non crede?” continuò il custode; “gli è un fatto sacrosanto. Non più d'una settimana fa, per citarle un caso, venne qui un bellimbusto di Madrid colla sua sposa. Già, salendo le scale, avevano detto roba da chiodi della città, delle strade strette, delle case nere. Quando s'affacciarono a questa finestra, e videro quelle due vecchie torri laggiù nella pianura, sulla riva sinistra del Tago, mi domandarono che fossero, ed io risposi: Los palacios de Galiana.—Oh! che bei palazzi!—esclamarono, e si misero a ridere, e guardarono da un'altra parte. Perchè? Perchè non sapevano la storia. Ora neanco lei, m'immagino, non la saprà: ma lei è straniero, e la cosa cambia. Sappia dunque che il grande imperatore Carlomagno è venuto, quand'era giovanissimo, a Toledo. Regnava allora il re Galafro, e abitava in quel palazzo. Il re Galafro aveva una figliuola che si chiamava Galiana, bella come un angelo; e siccome Carlomagno fu ospitato dal Re e vedeva ogni giorno la principessa, se ne innamorò con tutte le forze dell'anima, e la principessa, di lui. Ma c'era un rivale di mezzo, e questo rivale era il re di Guadalajara, un moro gigante, di una forza erculea e d'un coraggio da leone. Questo re, per poter vedere la principessa senza farsi scorgere, aveva fatto aprire una strada sotterranea che andava nientemeno che dalla città di Guadalajara fin sotto le fondamenta del palazzo. Ma che vale? la principessa non lo potea vedere neanche dipinto, e quante volte egli veniva, tante volte lo rimandava colle trombe nel sacco. Ma non per questo il re, innamorato, smise di farle la corte; e tanto le stette attorno, che Carlomagno, il quale non era uomo da lasciarsene imporre, come lei può capire, perdette la pazienza, e per farla finita una volta, lo sfidò. Si batterono; la lotta fu terribile; ma il moro, con tutto che fosse un gigante, ebbe la peggio. Quando fu morto, Carlomagno gli tagliò la testa, e andò a deporla ai piedi della sua innamorata, che gradì la delicatezza dell'offerta, si fece cristiana, diede la mano di sposa al principe, e partì con lui per la Francia, dove fu acclamata imperatrice.”

“E la testa del moro?”

“Lei ha voglia di ridere; ma son fatti sacrosanti. Vede laggiù, nel punto più alto della città, quell'edifizio antico? È la chiesa di San Ginés. E sa che cosa c'è dentro? Dentro c'è nientemeno che la porta d'un sotterraneo che si stende fino a tre leghe fuori di Toledo. Lei non lo crede: sentirà. Nel luogo dove sorge ora la chiesa di San Ginés, v'era una volta, prima che gli Arabi invadessero la Spagna, un palazzo incantato. Nessun re aveva mai avuto il coraggio d'entrarvi; e quelli che forse si sarebbero sentiti da tanto, non ci erano entrati, perchè, giusta la tradizione, il primo che avesse oltrepassato quelle soglie, sarebbe stato la perdizione della Spagna. Finalmente il re Rodrigo, prima di partire per la battaglia di Guadalete, sperando di trovar là dentro dei tesori che gli fornissero il modo di combattere l'invasione degli Arabi, fece rovesciar le porte, e preceduto dai suoi guerrieri che gli rischiaravan la via, entrò. A gran fatica riparando le fiaccole dal vento furioso che tirava per gli anditi sotterranei, arrivarono in una stanza misteriosa, nella quale videro un cofano, sul quale stava scritto:—Chi mi aprirà, vedrà meraviglie.—Il Re ordinò che lo si aprisse; con incredibili sforzi si riuscì ad aprirlo; ma invece dell'oro e dei diamanti, non vi si trovò che una tela rotolata, sulla quale eran dipinti degli arabi armati, con sotto questa iscrizione:—La Spagna sarà tra poco distrutta da costoro.—Quella notte stessa scoppiò una violenta tempesta, il palazzo incantato cadde, e poco tempo appresso gli Arabi entrarono in Spagna. Pare che lei non creda!”

“Che cosa dite! E come credo!”

“Ma questa storia è legata con un'altra. Lei sa, senza dubbio, che il conte Giuliano, comandante della fortezza di Ceuta, tradì la Spagna, lasciando passare gli Arabi, ai quali avrebbe potuto sbarrare la strada. Ma non può sapere perchè il conte Giuliano ha tradito. Il conte Giuliano aveva una figliuola a Toledo, e questa figliuola andava ogni giorno a bagnarsi nel Tago, insieme a parecchie fanciulle sue amiche. Disgrazia volle che il luogo dove andavano a bagnarsi, che si chiama oggi Los baños de la Cava, fosse vicino a una torre, nella quale il re Rodrigo soleva passar le ore bruciate. Un giorno la figliuola del conte Giuliano, che si chiamava Florinda, stanca di sguazzare nell'acqua, sedette sulla sponda del fiume, e disse alle sue compagne:—Compagne! Vogliamo vedere chi ha la gamba più bella?—Vediamo! risposero quelle; e detto fatto, si vanno a sedere intorno a Florinda, e mostrano ciascheduna le sue bellezze. Ma Florinda le vinceva tutte; e sventuratamente, proprio nel momento ch'ella diceva alle altre:—Vedete?—il re Rodrigo faceva capolino a una finestra, e vedeva ogni cosa. Giovane, libertino, si figuri! pigliò fuoco come un fiammifero, fece la corte alla bella Florinda, la sedusse, e poi l'abbandonò; e di qui il furore di vendetta del conte Giuliano, il tradimento, l'invasione.”