A questo punto mi parve d'averne inteso abbastanza; diedi al custode un paio di reali ch'ei prese e mise in tasca con un atto dignitoso, e dato un ultimo sguardo a Toledo, discesi.

Era l'ora della passeggiata; la strada principale, larga appena tanto da potervi passare una carrozza, era piena di gente; ci sarà stato un qualche centinaio di persone, ma parevano una gran folla; imbruniva, le botteghe si andavano chiudendo, e qualche raro lume cominciava a brillare qua e là. Andai a desinare, ed uscii subito per non perdere lo spettacolo della passeggiata. Era notte, non v'era altra illuminazione che il chiarore della luna, non si vedeva la gente in viso, mi pareva d'essere in mezzo a una processione di spettri, mi prese la malinconia.—Pensare che son solo,—dicevo;—che in tutta questa città non c'è un'anima che mi conosca, che se cascassi morto in questo momento, non ci sarebbe un cane che direbbe:—Poveretto! Era un buon diavolo!—Vedevo passare dei giovanotti allegri, dei padri di famiglia coi loro bambini, degli sposi, o che avevan l'aria di sposi, con una bella creaturina a braccetto; tutti avevano una compagnia, parlavano, ridevano, e passavano senza neanco gettarmi uno sguardo. Quanto ero tristo! Quanto sarei stato felice se un ragazzo, un povero, una guardia di polizia fosse venuta a dirmi:—Signore, mi par di conoscerla!—È impossibile, sono uno straniero, non sono mai stato a Toledo; ma non importa, non vada via, stia qui, parliamo un poco, son solo!

In buon punto mi ricordai che a Madrid m'era stata data una lettera di raccomandazione per un signore di Toledo; corsi all'albergo, la presi e mi feci condurre subito in casa sua. Il signore c'era e mi ricevette cortesemente. All'udire pronunziar il mio nome provai una gioia che gli avrei gettato le braccia al collo. Era il signor Antonio Gamero, autore d'una stimatissima Storia di Toledo. Passammo la serata insieme; gli domandai cento cose, me ne disse mille; e mi lesse alcune splendide pagine del suo libro che mi fecero conoscere Toledo meglio che non l'avrei conosciuta nel soggiorno d'un mese.

La città è povera, e più che povera, morta; i ricchi l'hanno abbandonata per andar a stare a Madrid; gli uomini d'ingegno han seguìto i ricchi; non v'è commercio; la fabbricazione delle lame, unica industria che vi fiorisca, provvede alla vita di qualche centinaio di famiglie, ma non basta alla città; l'istruzione popolare è trasandata; il popolo è inerte e miserabile. Ma non ha perduto il bel carattere antico. Come tutti i popoli delle gran città decadute, è fiero e cavalleresco; abborre dalle basse azioni; fa giustizia di propria mano, quando può, degli assassini e dei ladri; e benchè il poeta Zorilla, in una sua ballata, l'abbia chiamato senza metafora un popolo imbecille, non è tale; è sveglio e ardito. Partecipa della serietà degli Spagnuoli del settentrione e della vivacità degli Spagnuoli del mezzodì; tiene il luogo di mezzo tra il Castigliano e l'Andaluso; parla lo spagnuolo con garbo, con più varietà d'accenti che il popolo di Madrid, con meno rilassatezza che il popolo di Cordova e di Siviglia; ama la poesia e la musica; è altero di annoverare tra i suoi maggiori il soave Garcilaso della Vega, riformatore della poesia spagnuola, e l'arguto Francisco de Rojas, l'autore del Garcia del Castañar; ed è orgoglioso di veder accorrere fra le sue mura artisti e dotti di tutti i paesi del mondo, a studiarvi la storia di tre genti, e i monumenti di tre civiltà. Ma qual che sia il popolo, Toledo è morta; la città di Wamba, di Alfonso il Bravo e di Padilla, non è più che una tomba. Dacchè Filippo II le tolse la corona di capitale, ella è andata sempre declinando, e declina ancora, e si consuma a poco a poco, sola sulla sommità della sua trista montagna, come uno scheletro abbandonato sur una rupe in mezzo alle onde del mare.

Tornai all'albergo poco prima della mezzanotte e siccome splendeva la luna, e le notti di luna, benchè in quelle straduccie non penetri la luce dell'astro d'argento, Toledo non è illuminata, così dovetti camminare poco meno che a tastone come il ladro nella casa del delitto. Colla testa piena, come avevo, di ballate fantastiche, nelle quali son descritte le strade di Toledo, corse, la notte, da cavalieri imbacuccati nelle cappe, che cantano sotto le finestre delle belle, si battono, si ammazzano, dan la scalata ai palazzi e rapiscono le fanciulle; così m'immaginavo di aver a sentir suoni di chitarre e rumor di spade e grida di moribondi. Nulla di tutto questo: le strade eran deserte e silenziose, e le finestre buie; e appena si udiva di tratto in tratto, alle cantonate e sui crocicchi, qualche leggiero fruscío o qualche bisbiglio fuggitivo, che non si sarebbe nemmen potuto dire da che parte venisse. Giunsi all'albergo senz'aver rapito nessuna toledana, ciò che poteva avere qualcosa di spiacevole; ma anche senz'essermi fatto fare nessun occhiello nel ventre, ciò che senza dubbio aveva qualcosa di consolante.


La mattina del giorno dopo visitai il bell'edificio dell'ospedale di Santa Croce, la chiesa di Nuestra señora del Transito, antica sinagoga; i resti di un anfiteatro e d'una naumachia dei tempi dei Romani, e la famosa fabbrica d'armi, nella quale comperai un bel pugnaletto col manico inargentato e la lama coperta di rabeschi, che ho in questo momento sul tavolino, e che, a serrar gli occhi ed a stringerlo, mi fa parer d'esser ancora là, nel cortile dell'opificio, a un miglio di distanza in Toledo, sotto il sole di mezzogiorno, in mezzo a un crocchio di soldati e a un nuvolo di fumo di cigarritos. Mi ricordo che tornando a Toledo alla bella pedona, mentre attraversavo un tratto di campagna solitario come un deserto e muto come una catacomba, una voce formidabile gridò:—Fuera el extranjero!

La voce veniva dalla città, mi fermai, lo straniero ero io, quel grido era diretto a me, mi si rimescolò il sangue: la solitudine ed il silenzio del luogo accrescevano la mia paura. Tirai innanzi, e la voce di nuovo:

Fuera el extranjero!

—Ma è un sogno—esclamai arrestandomi di nuovo,—o son desto? Chi è che grida? dove? perchè?—