Ripresi a andare, e la voce una terza volta:—Fuera el extranjero!

Mi fermo una terza volta, e mentre tutto turbato giro gli occhi intorno, vedo un ragazzo seduto in terra, che mi guarda ridendo, e mi dice:—Es un loco (un pazzo) que cree vivir en el tiempo de la guerra de independencia; mire Vsted; allí està la casa de locos. E mi accennò l'Ospedale dei Pazzi, sull'altura, le estreme case di Toledo. Misi un respirone, che avrebbe smorzato una torcia a vento.

La sera partii da Toledo, col rammarico di non aver avuto tempo per vedere e rivedere tutto quello che v'è di antico e di mirabile; mitigato però questo rammarico, dal desiderio ardentissimo dell'Andalusia, che non mi lasciava un momento di pace. Ma per quanto tempo ebbi dinanzi agli occhi Toledo! Per quanto tempo vidi e sognai quelle roccie scoscese, quei muri enormi, quelle tetre strade, quel fantastico aspetto di città medioevale! Ed oggi ancora me ne ravvivo spesso l'immagine con una sorta di tristo piacere e di austera malinconia, e quell'immagine mi divaga la mente in mille strani pensieri di tempi remoti e di casi meravigliosi.


VIII.
CORDOVA.

Arrivato a Castillejo dovetti aspettare fino a mezzanotte il treno dell'Andalusia; desinai a uova sode e ad aranci, con un po' d'innaffio di Val de Peñas, brontolai una poesia dell'Espronceda, chiaccherai un po' con un doganiere (il quale, tra parentesi, mi fece la sua professione di fede politica: Amedeo, libertà, accrescimento di paga ai doganieri, ec.); finchè s'udì il sospirato fischio, ed entrai in un carrozzone pieno stipato di donne, di ragazzi, di guardie civili, di scatole, di cuscini, d'involti; e via, con una rapidità insolita sulle strade ferrate di Spagna. La notte era bellissima; i miei compagni di viaggio parlavano di tori e di Carlisti; una bella ragazza, che più d'uno divorava cogli occhi, fingeva di dormire, per scaldare le fantasie con un saggio dei suoi atteggiamenti notturni; chi faceva cigarritos, chi sbucciava aranci, chi canterellava ariette di Zarzuela. Nullameno, dopo pochi minuti, m'addormentai. Credo che avevo già sognato la Moschea di Cordova e l'Alcazar di Siviglia, quando fui svegliato da un rauco grido:

Puñales?

—Pugnali? Caspita! Per chi? Prima ch'io vedessi chi avea gridato, mi balenò davanti agli occhi una lama lunga ed acuta, e lo sconosciuto ridomandò:

Le gusta?

Bisogna convenire che vi sono dei modi assai più piacevoli di essere svegliati. Io guardai in viso i miei compagni di viaggio con un'espressione di stupore che li fece prorompere tutti insieme in uno scoppio di risa. Allora mi fu detto che ad ogni stazione della strada ferrata c'eran dei venditori di coltelli e di pugnali, che offrivano ai viaggiatori la loro merce come da noi si offrono i giornali e i rinfreschi. Rassicurato della vita, comprai il mio spauracchio: cinque lire, un bel pugnale da tiranno di tragedia, con manico fregiato, iscrizione sulla lama e fodero di velluto ricamato; e lo misi in tasca, pensando che mi avrebbe fatto comodo in Italia per sciogliere questioni cogli Editori. Il venditore n'avrà avuti una cinquantina in una gran fascia rossa che gli stringeva la vita. Altri viaggiatori ne comprarono; le guardie civili complimentarono uno dei miei vicini per la buona scelta fatta; i ragazzi gridarono:—Uno anche a me!—le mamme risposero:—Ve ne compreremo uno più lungo un'altra volta.—Oh beata la Spagna! io esclamai, e pensai con raccapriccio alle nostre barbare leggi che ci vietano l'innocente trastullo d'un po' di lama affilata.