Mi ricordo che a un certo punto mi arrestai in mezzo alla strada e, non so come, mi accorsi improvvisamente ch'ero tristo e inquieto, e che nel mio cuore v'era un vuoto che la meraviglia e il piacere non bastavano a colmare. Io sentivo un bisogno irresistibile di penetrare in quelle case e in quei giardini, di squarciare, per dir così, il velo di mistero, che avvolgeva la vita della gente sconosciuta che vi era dentro; di partecipar di quella vita; di afferrare una mano, e di fissare i miei occhi in due occhi pietosi, e di dire:—Sono uno straniero, son solo, voglio esser felice anch'io, lasciatemi stare in mezzo ai vostri fiori, lasciatemi godere di tutti i segreti del vostro paradiso, ditemi chi siete, come vivete, sorridetemi, quetatemi, la mia testa brucia!—E questa tristezza giunse sino a tal segno, che dissi a me stesso:—Io non posso stare in questa città, io ci soffro, io parto!—
E sarei partito in fatti, se in buon punto non mi fossi ricordato che avevo in tasca una lettera di raccomandazione per due giovani di Cordova, fratelli d'un amico mio di Firenze. Smisi il proposito di partire e corsi subito a cercarli.
Quanto risero, quando io dissi loro l'impressione che Cordova mi faceva! Mi proposero d'andar subito a vedere la Cattedrale, infilammo una stradina bianca, e via.
La moschea di Cordova, che venne ridotta a Cattedrale dopo la cacciata degli Arabi; ma che è pur sempre moschea, fu costrutta sulle rovine della cattedrale primitiva, poco lontano dalla sponda del Guadalquivir. Abdurrahman ne cominciò la costruzione l'anno 785 o 786.—Inalziamo una moschea,—egli disse,—che vinca quella di Bagdad, quella di Damasco e quella di Gerusalemme; che sia il più grande tempio dell'Islam, che diventi la Mecca d'Occidente.—Si pose mano all'opera con grande ardore, gli schiavi cristiani portavano alle fondamenta le pietre delle chiese distrutte, Abdurrahman lavorava egli stesso un'ora ogni giorno, la moschea, nello spazio di non molti anni, fu fatta, i Califfi successori di Abdurrahman l'abbellirono, dopo un secolo di quasi continui lavori fu compiuta.
—Eccoci,—mi disse uno dei due ospiti, arrestandosi tutt'a un tratto davanti a un vasto edifizio.
Io credetti che fosse una fortezza. Era il muro che cinge la moschea, un vecchio muro merlato, nel quale s'aprivano una volta venti grandi porte di bronzo, contornate di bellissimi rabeschi, e di finestrine arcate, rette da sottili colonne: coperto ora da un triplice strato di calce. Un giro intorno a quel muro di cinta è una passeggiatina da farsi dopo desinare: si giudichi della vastità dell'edifizio.
La porta principale della cinta è a tramontana nel punto dove sorgeva il minareto di Abdurrahman, sulla cima del quale sventolava lo stendardo maomettano. Entrammo; io credevo di veder subito l'interno della Moschea, e mi trovai in un giardino pieno di aranci, di cipressi e di palme, cinto da tre lati da un porticato leggerissimo, e chiuso al quarto lato dalla facciata della moschea. Nel mezzo di questo giardino era al tempo degli Arabi la fonte per le abluzioni, e all'ombra di questi alberi si raccoglievano i fedeli prima d'entrare nel tempio. Stetti qualche momento guardando intorno, e aspirando l'aria fresca e odorosa con un senso vivissimo di piacere; e mi batteva il cuore al pensare che la famosa moschea era lì accanto, e mi sentivo ad un tempo spinto verso la porta da una immensa curiosità, e trattenuto da non so quale trepidazione fanciullesca.—Entriamo,—mi dicevano i compagni.—Ancora un momento,—rispondevo; lasciatemi assaporare bene la dolcezza dell'aspettazione.—Finalmente mi mossi, e senza neanco guardare la meravigliosa porta che i compagni m'accennarono, entrai.
Che cosa feci o dissi appena entrato, non so; ma certo qualche strana voce mi deve esser sfuggita o debbo aver fatto qualche gesto assai strano, perchè alcune persone che in quel punto venivano verso di me, si misero a ridere, e si voltarono di nuovo a guardare intorno, come per rendersi conto della profonda sensazione ch'io avevo manifestata.
Immaginate una foresta, e supponete di trovarvi nel più fitto, e di non veder altro che tronchi d'alberi. Così, nella moschea, da qualunque parte uno si volga, lo sguardo si perde tra le colonne. È una foresta di marmo della quale non si scorge la fine. Si seguono collo sguardo ad una ad una le lunghissime file delle colonne che s'incrociano ad ogni passo con altre innumerevoli file, e s'arriva a un fondo semi-oscuro, nel quale par di vedere biancheggiare ancora altre colonne. Son diciannove navate che s'allungano nella direzione dei passi di chi entra, attraversate da altre trentatre, sostenute, fra tutte, da più di novecento colonne di porfido, di diaspro, di breccia, di marmi d'ogni colore. Ogni colonna sorregge un pilastrino, e tra l'una e l'altra s'incurva un arco, e un secondo tra pilastrino e pilastrino, questo sovrapposto al primo, e tutti e due della forma d'un ferro di cavallo; in guisa che, immaginando essere le colonne tanti tronchi d'albero, gli archi rappresentano i rami, e la similitudine della moschea a una foresta è completa. La navata del mezzo, assai più larga che le altre, riesce innanzi alla Maksura, che è la parte più sacra del tempio, dove si adorava il Corano. Qui, dalle finestre del soffitto, scende un pallido raggio di luce che rischiara una fila di colonne; là v'è un tratto oscuro; più oltre scende un altro raggio che rischiara un'altra navata. È impossibile esprimere il sentimento di mistica meraviglia che vi si desta nell'animo a quello spettacolo. È come la rivelazione improvvisa d'una religione, d'una natura e d'una vita ignota, che vi rapisce la fantasia tra le delizie di quel paradiso pieno d'amore e di voluttà, dove i beati, seduti all'ombra dei platani frondosi e dei roseti senza spine, libano nei vasi di cristallo i vini scintillanti come perle, mesciuti da fanciulli immortali, e riposano nell'amplesso delle amabili vergini dai grandi occhi neri! Tutte le immagini dell'eterno piacere che il Corano promette ai fedeli, vi si presentano in folla alla mente, alla prima vista della moschea, vive, ardenti, scintillanti, e vi danno una momentanea ebbrezza dolcissima, che vi lascia nel cuore una non so qual molle malinconia! Un breve tumulto nella mente, e una rapida scintilla che percorre le vene, tale è la prima sensazione che si prova all'entrare nella cattedrale di Cordova.