Il treno ripartì, le roccie sparirono, e la deliziosa valle del Guadalquivir, il giardino della Spagna, l'Eden degli Arabi, il paradiso dei pittori e dei poeti, la beata Andalusia si dischiuse ai miei occhi. Risento ancora il fremito di gioia fanciullesca col quale mi slanciai al finestrino, dicendo a me stesso:—Godiamo!

Per un lungo spazio la campagna non offre alcun nuovo aspetto all'ardente curiosità del viaggiatore. A Vilches si stende una vasta pianura, e al di là la rasa campagna di Tolosa, dove Alfonso VIII, re di Castiglia, riportò sull'esercito mussulmano la celebrata vittoria de las Navas. Il cielo era limpidissimo, si vedevano in lontananza i monti della Sierra di Segura. A un tratto, mi vien fatto uno di quei rapidi movimenti, che par che rispondano a un grido interno di stupore: i primi aloè, dalle ampie foglie carnose, inaspettati annunziatori della vegetazione del Tropico, sorgono ai lati della via. Al di là cominciano ad apparire i campi tempestati di fiori. I primi tempestati, quei che seguono quasi coperti, poi vaste distese di terreno vestite interamente di rosolacci, di margherite, di fioralisi, di pratoline, di primavere, di ranuncoli, in modo che la campagna si presenta come una successione d'immensi tappeti di porpora, d'oro, di neve; e lontano, in mezzo agli alberi, innumerevoli striscie azzurre, bianche, gialle, a perdita d'occhio; e vicino, sulle sponde dei fossi, sui rialzi, fin sulla scarpa, fin sulla proda della via, fiori a strati, a cespi, a ciuffi, gli uni sugli altri, aggruppati a guisa di grandi mazzi, tremolanti sugli alti steli, che quasi si toccano colla mano. Poi campi biondeggianti di grano dalle grossissime spighe, fiancheggiati da lunghi roseti; poi boschetti d'aranci, vasti oliveti, collinette variate di cento sfumature di verde, sormontate d'antiche torri moresche, sparse di casine variopinte, e tra l'una e l'altra, ponti bianchi e snelli che accavalciano rigagnoli nascosti dagli alberi. All'orizzonte appaiono le cime nevose della Sierra Nevada; sotto quella striscia bianca, altre strisce azzurre, ondulate, dei monti più vicini; la campagna di più in più variata e florida; Arjonilla, in mezzo a un bosco d'olivi, di cui non si scorgono i confini; Pedro Abad, in mezzo a una pianura coperta di vigneti e d'alberi fruttiferi; Ventas di Alcolea, su gli ultimi colli della Sierra Morena, popolati di ville e di giardini. Ci s'avvicina a Cordova, il treno vola, si vedono le piccole stazioni mezzo nascoste dagli alberi e dai fiori, il vento porta le foglie delle rose dentro alle carrozze, grandi farfalle trasvolano rasente le finestre, un profumo delizioso si spande nell'aria, i viaggiatori cantano, si trascorre per un giardino incantevole, spesseggiano gli aloé, gli aranci, le palme, le ville; s'ode un grido:—Ecco Cordova!


Quante belle immagini e grandi ricordi si destan nella mente al suono di questo nome!

Cordova, l'antica perla d'occidente, come la chiamano i poeti arabi, la città delle città, Cordova dai trenta borghi e dalle tremila moschee, che chiudeva tra le sue mura il più grande tempio dell'Islam! La sua fama si spandeva per l'Oriente, ed oscurava la gloria dell'antica Damasco. Dalle più remote regioni dell'Asia traevano i fedeli alle rive del Guadalquivir, per prostrarsi nel Mhirab meraviglioso della sua Moschea, al chiarore delle mille lampade di bronzo, fuse colle campane delle Cattedrali di Spagna. Accorrevano gli artisti, i dotti, i poeti, da ogni parte del mondo maomettano, alle sue fiorenti scuole, alle sue biblioteche immense, alle corti magnifiche dei suoi Califfi. Affluivano i ricchi e le belle, tratte dalla fama della sua splendidezza. E di qui si spandevano, avidi di sapere, lungo le coste dell'Affrica, per le scuole di Tunisi, di Cairo, di Bagdad, di Cufa, e fino all'India e alla China, a raccoglier libri, ispirazioni e memorie; e le poesie cantate alle falde della Sierra Morena, volavano, di cetra in cetra, fino alle vallate del Caucaso, ad eccitare l'ardore dei pellegrinaggi. La bella, la poderosa, la sapiente Cordova, coronata di tremila villaggi, ostentava alteramente i suoi bianchi minareti in mezzo ai boschetti d'aranci, e spandeva intorno per la valle divina un'aura voluttuosa di letizia e di gloria!


Scendo dal treno, attraverso un giardino, mi guardo intorno, son solo; i viaggiatori che scesero con me sparirono chi di qua chi di là; sento ancora il rumore d'una carrozza che s'allontana; poi tutto tace. È mezzogiorno, il cielo purissimo, l'aria accesa. Vedo due casine bianche: è l'imboccatura d'una strada, entro, vado oltre. La strada è stretta, le case piccine come le villette che s'innalzano sui poggi artificiali dei giardini, quasi tutte d'un sol piano, colle finestre a pochi palmi da terra, i tetti che quasi si toccan col bastone, i muri bianchissimi. La strada svolta, guardo, non vedo nessuno, non sento un passo, non una voce. Dico: sarà una strada abbandonata. Piglio un'altra strada: casette bianche, finestre chiuse, solitudine, silenzio. O dove sono? mi domando. Vado innanzi: la strada, stretta da non potervi passare una carrozza, serpeggia; a destra e a sinistra si vedono altre strade deserte, altre case bianche, altre finestre chiuse; il mio passo risuona come in un corridoio; il bianco dei muri è tanto vivo che persino il riflesso m'offende, e son costretto a camminare a occhi socchiusi; mi par di andare in mezzo alla neve. Giungo a una piazzetta: tutto chiuso e nessuno. Allora mi comincia a entrar nel cuore un senso di vaga malinconia, non mai provata pel passato; un misto di piacere e di tristezza, simile a quello che provano i fanciulli, quando, dopo una lunga corsa, giungono in un bel sito campestre, e se ne rallegrano, ma col tremito d'essersi troppo dilungati da casa. Al di sopra di molti tetti s'alzano le palme degl'interni giardini. Oh fantastiche leggende di Odalische e di Califfi! Oltre, di strada in strada, di piazza in piazza; comincio ad incontrare qualcuno, ma tutti passano e spariscono come fantasmi. Tutte le strade si somigliano, le case non hanno più di due o quattro finestre; e non una macchia, non uno sgorbio, non una screpolatura nei muri, che son lisci e bianchi come un foglio di carta. Tratto tratto sento un bisbiglio dietro una persiana, e vedo quasi nello stesso momento spuntare e sparire una testa bruna con un fiore tra le treccie. M'affaccio a una porta.....

Un patio! Come descrivere un patio? Non è un cortile, non è un giardino, non è una sala: è queste tre cose insieme. Tra il patio e la strada v'è un vestibolo. Ai quattro lati del patio s'alzano colonne sottili che sostengono all'altezza del primo piano una specie di galleria chiusa da ampie vetrate; sopra la galleria si stende una tela che ombreggia il cortile. Il vestibolo è lastricato di marmo, la porta fiancheggiata da colonne, sormontata da bassorilievi, chiusa da un sottile cancello di ferro di vaghissimo disegno. In fondo al patio, in dirittura della porta, sorge una statua; in mezzo, una fontana; intorno, seggiole, tavolini da lavoro, quadri, vasi di fiori. Corro a un'altra porta: un altro patio, colle pareti coperte dall'edera, e una corona di nicchie, con entro statuine, busti, urne. M'affaccio a una terza porta: un patio colle pareti lavorate di musaico, una palma nel mezzo, e intorno un mucchio di fiori. A una quarta porta: dopo il patio, un altro vestibolo, dopo questo un secondo patio, nel quale si vedono altre statue, altre colonne, altre fontane. E tutte queste sale e questi giardini son puliti e nitidi da poter passare la mano sui muri e per terra senza che ci resti la traccia; e freschi, odorosi, rischiarati da una luce incerta che ne accresce la bellezza e il mistero.

Avanti ancora, di strada in strada, alla ventura. Via via che cammino, mi s'accresce la curiosità, e affretto il passo. Mi pare impossibile che la città debba esser tutta così; temo d'imbattermi in una casa o di riuscire in una strada che mi richiami alla mente le altre città e rompa il mio bel sogno. Ma no, il sogno dura: tutto è piccino, gentile, misterioso. Ogni cento passi, una piazzetta deserta, nella quale mi arresto trattenendo il respiro; di tratto in tratto un crocicchio, e non un'anima viva;—e sempre bianco e tutto bianco,—e finestre chiuse,—e silenzio. Ed a ogni porta un nuovo spettacolo: archi, colonne, fiori, zampilli, palme; una meravigliosa varietà di disegni, di tinte, di luce, di profumi; qui di rose, là di aranci, più là di viole; e col profumo un soffio d'aria fresca, e coll'aria un suono sommesso di voci di donne, e stormir di foglie, e canto d'uccelli; un'armonia varia e soave, che senza turbare il silenzio della strada, molce l'orecchio come l'eco d'una musica lontana. Ah! non è un sogno! Madrid, l'Italia, l'Europa, sono certo a una grande distanza di qui! Qui si vive un'altra vita, qui spira l'aria d'un altro mondo, io sono in Oriente!