A mezzanotte la città non aveva mutato aspetto; v'era ancora tutta quella folla e tutta quella luce; tornai all'albergo e mi chiusi nella camera coll'intenzione di andar a letto. Peggio che peggio. Le finestre della camera davano sur una piazza dove formicolava un visibilio di gente intorno a una banda musicale che non finiva mai di suonare; cessata la musica, cominciaron le chitarre, le grida degli acquaioli, i canti, le risa; tutta la notte fu un baccano da svegliare le talpe. Io feci un sogno delizioso e tormentoso ad un tempo; ma più tormentoso. Mi pareva d'esser legato al letto da una lunghissima treccia nera attorcigliata in mille nodi, e di sentirmi sulle labbra una bocca di brage che mi toglieva il respiro, e intorno al collo due manine vigorose che mi schiacciavano il capo contro il manico d'una chitarra.
La mattina seguente andai difilato a vedere la Cattedrale.
Per descrivere ammodo codesto smisurato edifizio, bisognerebbe aver sotto mano una raccolta di tutti gli aggettivi più sperticati e di tutte le più strampalate similitudini che uscirono dalla penna degli iperboleggiatori di tutti i paesi, ogni volta che ebbero a dipingere qualcosa di prodigiosamente alto, di mostruosamente largo, di spaventosamente profondo, d'incredibilmente grandioso. Quando ne parlo cogli amici, senza accorgermene, faccio anch'io, come il Mirabeau di Vittor Ugo, un colossal mouvement d'épaules, e gonfio le gote e ingrosso a grado a grado la voce a somiglianza di Tommaso Salvini nella tragedia Sansone, quando con un accento che fa fremer la platea, dice che si sente ricrescer ne' nervi il vigore. Parlar della Cattedrale di Siviglia, stanca come suonare un grosso strumento a fiato o sostenere una conversazione da una sponda all'altra d'un torrente rumoroso.
La Cattedrale di Siviglia è isolata in mezzo ad una vastissima piazza, e però se ne può misurar la grandezza con un colpo d'occhio. Sul primo momento, pensai al motto famoso che proferì il Capitolo della Chiesa primitiva, decretando l'8 luglio del 1401, la costruzione della nuova Cattedrale:—Inalziamo un siffatto monumento che faccia dire ai posteri che noi eravamo pazzi.—Quei reverendi canonici non hanno fallito al loro intento. Ma per accertarsene bisogna entrare. L'aspetto esterno della Cattedrale è grandioso e magnifico; ma senza paragone meno che l'interno. Manca la facciata; un alto muro circonda tutto l'edifizio a modo d'una fortezza. Per quanto si giri e si guardi, non si riesce a fissar nella mente un contorno unico che, al pari dell'epigrafe d'un libro, porga un chiaro concetto del disegno dell'opera; si ammira e si prorompe più d'una volta nell'esclamazione:—È immenso!—ma non ci si appaga; e s'entra nella chiesa frettolosamente, desiderosi di provare un sentimento di meraviglia più intero.
Al primo entrare si rimane sbalorditi, ci si sente smarriti come in un abisso; e per qualche momento non si fa che descrivere collo sguardo immense curve per quell'immenso spazio, quasi per accertarsi che la vista non c'inganna e la fantasia non c'illude. Poi ci si avvicina a uno dei pilastri, si misura, e si guardano gli altri lontani: son grossi come torri, e paion sottili da far fremere al pensiero che l'edifizio vi poggia su. Si percorrono ad uno ad uno, con uno sguardo rapido, dal pavimento alla vòlta, e par di poter contare i momenti che lo sguardo impiega a salire. Son cinque navate, che formerebbero ciascuna una grande chiesa. In quella di mezzo potrebbe passeggiare a testa alta un'altra Cattedrale colla sua cupola e il suo campanile. Tutte insieme formano sessantotto vòlte ardimentose che, a guardarle, par che lentamente si allarghino e si sollevino. Tutto è enorme in questa Cattedrale. La cappella maggiore, posta nel mezzo della navata principale, e alta fin quasi a toccar la volta, pare una cappella costrutta per de' sacerdoti giganti a' quali gli altari comuni non arrivino sino al ginocchio; il cero pasquale sembra un albero di bastimento; il candelabro di bronzo che lo sopporta, un pilastro d'una chiesa; gli organi, case; il coro, è un museo di scultura e di cesellatura, da meritare ei solo una visita d'una giornata. Le cappelle sono degne della chiesa: vi sono profusi i capolavori di sessantasette scultori e di trentotto pittori. Il Montanes, il Zurbaran, il Murillo, il Valdes, l'Herrera, il Boldan, il Roëlas, il Campana, v'hanno lasciato mille traccie immortali della loro mano. La cappella di san Ferdinando, che racchiude i sepolcri di questo Re, della sua sposa Beatrice, di Alfonso il Saggio, del celebre ministro Florida Blanca, e d'altri personaggi illustri, è una delle più belle e più ricche. Il corpo del re Ferdinando, che redense Siviglia dalla signoria degli Arabi, vestito della sua assisa guerriera, colla corona e col manto, riposa in una cassa di cristallo, coperta d'un velo. Da un lato è la spada che portava il giorno della sua entrata in Siviglia; dall'altro la canna, emblema del comando. In quella stessa cappella si conserva una piccola vergine d'avorio, che il santo Re portava seco in guerra, e altre reliquie di gran valore. Nelle restanti cappelle sono grandi altari di marmo, tombe di stile gotico, statue di pietra, di legno, d'argento, chiuse in ampie casse di cristallo, col petto e le mani coperte di diamanti e di rubini; e stupendi quadri, che, sgraziatamente, la scarsa luce che scende dalle alte finestre non rischiara tanto che si possano ammirare in tutta la loro bellezza.
Ma dalla considerazione delle cappelle, dei quadri, delle sculture, si ritorna senza posa ad ammirare la Cattedrale nel suo grandioso e, se si potesse dire, formidabile aspetto. Dopo essersi slanciati su fino a quelle altezze vertiginose, lo sguardo e la mente ricadono a terra, quasi stanchi dello sforzo, come per ripigliar nuova lena a salire. E le immagini che vi pullulano nel capo, rispondono alla vastità della Basilica: angeli smisurati, teste di cherubini mostruose, ali grandi come vele di naviglio, e svolazzi di manti candidi immensi. L'impressione che vi produce codesta Cattedrale è tutta religiosa; ma non mesta; è quel sentimento che trasporta il pensiero negli spazi interminati e nei tremendi silenzi, nei quali s'annegava il pensiero di Leopardi; è un sentimento pieno di desiderio e di ardire; il brivido voluttuoso che si prova sull'orlo d'un abisso; il turbamento e la confusione delle grandi idee; il divino terrore dell'infinito.
Come è la cattedrale più varia della Spagna (chè l'architettura gotica, la germanica, la greco-romana, l'araba e quella nominata volgarmente plateresca vi lasciarono ciascheduna una impronta), ella è pure la più ricca e la più privilegiata. Nei tempi della maggior potenza del clero, vi si bruciavano, ogni anno, ventimila libbre di cera; vi si celebravano, ogni giorno, su ottanta altari, cinquecento messe; il vino che si consumava nel sacrifizio ascendeva all'incredibile quantità di diciottomila settecento cinquanta litri. I canonici avevano un servidorame da monarchi, si recavano alla chiesa in splendide carrozze tirate da superbi cavalli, si facevano sventolare dai chierici, mentre celebravan la messa, con enormi ventagli ornati di piume e di perle; diritto concesso loro dal Papa, del quale alcuni approfittano ancora oggigiorno. Non occorre parlare delle feste della settimana santa che sono ancora adesso famose nel mondo, e alle quali accorre gente da tutte le parti d'Europa.
Ma il privilegio più curioso della cattedrale di Siviglia è la così detta danza de los seises, che ha luogo ogni sera, sull'imbrunire, per otto giorni consecutivi, dopo la festa del Corpus Domini. Poichè fui a Siviglia in quei giorni, l'andai a vedere, e mi parve cosa degna di esser descritta. Da quanto me n'era stato detto prima, mi pareva che la dovesse essere una pagliacciata scandalosa, ed entrai nella chiesa coll'animo preparato a un sentimento di sdegno per la profanazione del luogo sacro. La chiesa era buia; la sola cappella maggiore illuminata; una folla di donne ginocchioni ingombrava lo spazio fra la cappella e il coro. Alcuni preti stavan seduti a destra e sinistra dell'altare; davanti alla gradinata era disteso un ampio tappeto; due file di ragazzi dagli otto ai dodici anni, vestiti da cavalieri spagnuoli del medio evo, con cappello piumato e calze bianche, eran schierati gli uni di fronte agli altri, in faccia all'altare. A un cenno dato da un sacerdote, una soave musica di violini ruppe il silenzio profondo della chiesa, e le due schiere di ragazzi si mossero con un passo di contraddanza, e cominciarono a dividersi, a intrecciarsi, a sciogliersi, a riannodarsi, con mille graziosissimi giri; e poi proruppero tutti insieme in un canto armonioso e gentile, che echeggiò nell'oscurità della vasta cattedrale come la voce d'un coro d'angeli; e un momento dopo, si misero ad accompagnare la danza ed il canto colle nacchere. Nessuna cerimonia religiosa mi commosse mai come questa. È impossibile esprimere l'effetto che producevano quelle vocine sotto quelle immense vòlte; quelle creaturine ai piedi di quell'altare enorme; quella danza composta, quasi umile; quel costume antico, quella folla prostrata, e intorno intorno quelle tenebre. Uscii dalla chiesa coll'anima serena come se avessi pregato.
A proposito di questo ballo mi fu raccontato un aneddoto assai curioso. Due secoli or sono, un arcivescovo di Siviglia al quale pareva che colle contraddanze e le nacchere non si lodasse degnamente il Signore, volle proibire la cerimonia. Ne seguì un sottosopra: il popolo strepitò; i canonici alzaron la voce; l'arcivescovo fu costretto a chieder soccorso al papa. Il papa, curioso, volle vedere coi suoi occhi il ballonzolo per poter giudicare con conoscimento di causa. I ragazzi, vestiti da cavalieri, furon condotti a Roma, ricevuti nel Vaticano e fatti danzare e cantare in presenza di Sua Santità. Sua Santità rise, non disapprovò, e volendo dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ossia contentare i canonici senza scontentare l'arcivescovo, decretò che i ragazzi potessero continuare a ballare finché avessero logorato i vestiti che si trovavano addosso; dopo di che la cerimonia si sarebbe considerata come abolita. L'arcivescovo rise sotto i baffi, se li aveva, e i canonici risero anch'essi, come quelli che avevan già trovata la maniera di farla in barba all'arcivescovo e al papa. E infatti essi rinnovarono ai ragazzi ogni anno una parte del vestiario, in modo che non si potesse dire mai che tutto il vestiario era logoro; e l'arcivescovo che, da uomo scrupoloso, pigliava l'ordine del papa alla lettera, non si potè opporre alla ripetizione della cerimonia. Così si continuò a ballare e si balla e si ballerà fin che piaccia ai canonici e a Domeneddio.