Mentre stavo per uscir dalla chiesa, un sacrestano mi fece un cenno, mi condusse dietro al coro, e m'indicò una lastra del pavimento, sulla quale lessi una iscrizione che mi fece battere il cuore. Sotto quella pietra sono sepolte le ossa di Ferdinando Colombo, figlio di Cristoforo, nato a Cordova, morto a Siviglia il 12 luglio del 1536, nell'età di cinquant'anni. Sotto l'iscrizione si leggono alcuni distici latini del seguente significato:

«Che vale ch'io abbia bagnato dei miei sudori l'intero universo, ch'io abbia percorso tre volte il nuovo mondo scoperto da mio padre, ch'io abbia abbellito le rive del tranquillo Beti, e preferito i miei gusti semplici alle ricchezze per riunire intorno a te le divinità della sorgente di Castalia, e offrirti i tesori raccolti già da Tolomeo, se tu, passando in silenzio su questa pietra, non rivolgi nemmeno un saluto a mio padre, e a me un lieve ricordo?»

Il sacrestano che ne sapeva più di me, mi spiegò questa iscrizione. Ferdinando Colombo fu, giovanissimo, paggio di Isabella la Cattolica e del principe Don Giovanni; viaggiò nelle Indie con suo padre e suo fratello, l'ammiraglio Don Diego, seguì l'imperatore Carlo V nelle sue guerre, fece altri viaggi in Asia, in Affrica e nell'America, e per tutto raccolse con infinite cure e ingenti spese libri preziosissimi, dei quali compose una biblioteca, che dopo la sua morte passò nelle mani del capitolo della cattedrale, e rimane tuttora col titolo famoso di Biblioteca Colombina. Prima di morire scrisse egli stesso i distici latini che si leggono sulla pietra della sua tomba e manifestò il desiderio di essere sepolto nella cattedrale. Negli ultimi momenti della sua vita, si fece portare un vassoio pieno di cenere, se ne asperse il viso pronunziando le parole della Sacra Scrittura: Memento homo quia pulvis es, intonò il Te Deum, sorrise e spirò colla serenità d'un santo. Subito mi prese il desiderio di visitar la biblioteca e uscii dalla chiesa.

Un cicerone mi arrestò sulla soglia per domandarmi se avevo visto il Patio de los Naranjos (il cortile degli aranci), e avendogli risposto di no, mi ci condusse. Il cortile degli aranci è posto a tramontana della cattedrale, e cinto d'un gran muro merlato. Nel mezzo sorge una fontana, circondata da un boschetto d'aranci, e da un lato, accanto al muro, un pulpito di marmo, ai piedi del quale narra la tradizione che predicasse san Vincenzo Ferrero. Nello spazio di questo cortile, che è amplissimo, sorgeva l'antica moschea che si crede sia stata costrutta verso la fine del secolo duodecimo. Ora non ne rimane più traccia. All'ombra degli aranci, sull'orlo della vasca della fontana, vanno a pigliare il fresco i buoni sivigliani en las ardientes siestas del estio; e a rammentare il voluttuoso paradiso di Maometto non resta che la leggiadra verzura e l'aria imbalsamata, e ad ora ad ora qualche bella fanciulla dai grandi occhi che vi saetta trasvolando in mezzo agli alberi lontani.

La famosa Giralda della cattedrale di Siviglia, è un'antica torre araba, costrutta, a quanto si afferma, nell'anno mille, sul disegno dell'architetto Gaver, inventore dell'algebra; modificata nella parte superiore dopo la riconquista, e ridotta così a campanile cristiano; ma pur sempre araba all'aspetto, e tuttavia più altera dello sparito stendardo dei vinti, che non della croce a lei nuovamente imposta dai vincitori. È un monumento che produce una sensazione nuova; fa sorridere; è smisurato e imponente come una piramide egizia, e ad un tempo gaio e gentile come un chiosco di giardino. È una torre di mattoni, quadrata, d'un bellissimo color di rosa, nuda fino a una certa altezza, e di qui in su ornata di finestrine moresche, binate, sparse qua e là come a caso, munite di balconcini che fanno un bellissimo vedere. Sul piano dove posava anticamente un tetto variopinto, sormontato d'un'asta di ferro che sorreggeva quattro enormi palle dorate; sorge il campanile cristiano, di tre piani, il primo occupato dalle campane, il secondo cinto d'una balaustrata, il terzo formato da una specie di cupola, sulla quale gira come una banderuola una colossale statua di bronzo dorato, che rappresenta la Fede, con una palma da una mano e dall'altra uno stendardo, visibile a grande distanza da Siviglia, e quando vi batte il sole, scintillante a somiglianza di un enorme rubino confitto nella corona d'un re titano che signoreggi collo sguardo tutta la vallata andalusa.

Salii fino alla sommità, e là fui ampiamente compensato delle fatiche della salita. Siviglia, tutta bianca come una città di marmo, cinta d'una corona di giardini, di boschi e di viali, in mezzo ad una campagna sparsa di ville, si stende sotto allo sguardo in tutta la pompa della sua bellezza orientale. Il Guadalquivir carico di navi l'attraversa e l'abbraccia con un larghissimo giro. Qui la Torre dell'Oro disegna le sue graziose forme sulle acque azzurre del fiume, là l'Alcazar ostenta le sue austere torri, più oltre giardini del Montpensier spingono oltre i tetti degli edifizii un ammasso enorme di verzura; lo sguardo penetra dentro il circo dei tori, nei giardini delle piazze, nei patios delle case, nei claustri delle chiese, in tutte le strade che vengono a sboccare intorno alla cattedrale; lontano, si scorgono i villaggi di Santi-Ponce, di Algaba ed altri che biancheggiano alle falde delle colline; a destra del Guadalquivir, il grande borgo di Triana; da un lato, lontanissimo, le creste dentellate della Sierra Morena; dal lato opposto altri monti svariati d'infinite tinte azzurrine; e sopra questo meraviglioso panorama il più puro, il più trasparente, il più incantevole cielo che abbia mai sorriso allo sguardo dell'uomo.

Sceso dalla Giralda, andai a vedere la biblioteca Colombina, posta in un edifizio antico, accanto al Patio de los Naranjos. Dopo aver visto una collezione di messali, di bibbie, di manoscritti preziosi, uno tra i quali attribuito ad Alfonso il Saggio, intitolato: Il Libro del Tesoro, scritto con diligentissima cura nella vecchia lingua spagnuola; vidi,—lasciatemelo ripetere,—vidi,—io—coi miei occhi inumiditi, e premendomi una mano sul cuore che mi batteva forte, vidi un libro, un trattato di cosmografia e di astronomia, in latino, coi margini coperti di note scritte dalla mano di Cristoforo Colombo. Egli aveva studiato quel libro quando volgeva in mente il grande disegno, aveva vegliato su quelle pagine, le aveva toccate, forse la sua divina fronte, in quelle veglie faticose, si era qualche volta chinata con uno stanco abbandono su quelle pergamene, e le aveva bagnate di sudore! È un pensiero che fa fremere! Ma c'è ben altro! Vidi uno scritto della mano di Colombo, nel quale sono raccolte tutte le profezie degli antichi scrittori sacri e profani intorno alla scoperta d'un nuovo mondo; scritto del quale egli si servì, a quanto pare, per indurre i sovrani di Spagna a fornirgli i mezzi di tentare la sua impresa. V'è, fra gli altri, un passo della Medea del Seneca, che dice: Venient annis sæcula seris, quibus oceanus vincula rerum laxet, et ingens Pateat tellus. E nel volume del Seneca, che si trova pure nella biblioteca Colombina, accanto al passo citato, v'è una annotazione del figlio Ferdinando, che dice:—Questa profezia è stata avverata da mio padre, l'ammiraglio Cristoforo Colombo, l'anno 1492.—Mi si riempiron gli occhi di lacrime; avrei voluto esser solo per baciare quei libri, per stancarmi a forza di rivolgerli tra le mani, per poterne staccare un piccolo frammento e portarlo con me, come una cosa sacra. Cristoforo Colombo! Ho visto i suoi caratteri! Ho toccato i fogli ch'egli ha toccato! L'ho sentito così vicino a me! Uscendo dalla biblioteca, non so.... mi sarei gettato in mezzo alle fiamme per salvare un bambino, mi sarei spogliato per soccorrere un povero, avrei fatto lietamente qualche grande sacrifizio; ero tanto ricco!


Dopo la biblioteca, l'Alcazar; ma prima di arrivare all'Alcazar, benchè si trovi nella stessa piazza della cattedrale, sentii per la prima volta che cos'è il sole dell'Andalusia. Siviglia è la città più calda della Spagna, quella era l'ora più calda della giornata, ed io mi trovavo nel punto più caldo della città; v'era un oceano di luce; non una porta, non una finestra aperta, non un'anima viva; se m'avessero detto che Siviglia era disabitata, l'avrei potuto credere. Attraversai la piazza lentamente cogli occhi socchiusi, col viso raggrinzato, col sudore che mi filava a grosse goccie giù per le guancie e per il petto, con le mani che mi pareva d'averle tuffate in un secchio d'acqua. Vicino all'Alcazar trovai una specie di baracca d'un acquaiolo, e mi cacciai sotto colla precipitazione d'un uomo che si ripari da una tempesta di sassi. Ripreso un po' di fiato, mi mossi verso l'Alcazar.