L'Alcazar, antico palazzo dei Re mori, è uno dei monumenti meglio conservati della Spagna. Visto di fuori, pare una fortezza: è tutto cinto di alte mura, di torri merlate e di vecchie case, che formano davanti alla facciata due spaziosi cortili. La facciata è nuda e severa come le altre parti esteriori dell'edifizio. La porta è ornata di arabeschi dorati e dipinti, fra i quali si vede una iscrizione gotica che accenna il tempo in cui l'Alcazar fu restaurato per ordine del re Don Pedro. L'Alcazar, infatti, benchè sia un palazzo arabo, è opera più dei re Cristiani che dei re Arabi. Fondato non si sa precisamente in che anno, fu ricostrutto dal re Abdelasio verso la fine del dodicesimo secolo; conquistato dal re Ferdinando verso la metà del secolo decimo terzo; rifatto una seconda volta, nel secolo seguente, dal re Don Pedro; abitato poi, per più o meno tempo, da quasi tutti i re di Castiglia; e infine scelto da Carlo V per celebrarvi il suo matrimonio coll'Infanta di Portogallo. L'Alcazar fu testimone degli amori e dei delitti di tre schiatte di Re; ogni sua pietra desta un ricordo e custodisce un segreto.
Si entra, si attraversano due o tre sale, nelle quali non riman più d'arabo che il soffitto e qualche musaico a piè dei muri, e si riesce in un cortile dove si rimane attoniti dalla meraviglia. Un portico ad archi elegantissimi si stende lungo i quattro lati, sostenuto da colonnine di marmo, unite a due a due; e gli archi e i muri e le finestre e le porte son coperte di sculture, di musaici, di arabeschi intricatissimi e delicatissimi, dove traforati come veli di trina; dove fitti e chiusi come tappeti trapunti; dove sporgenti e penzoli come mazzi e ghirlande di fiori; e fuor che i musaici dai mille colori, ogni cosa è bianco, nitido, luccicante come l'avorio. Ai quattro lati son quattro grandi porte per le quali si entra nelle sale reali. Qui la meraviglia si muta in incanto. Quanto di più ricco, di più vario, di più splendido può sognare la più ardente fantasia nel più ardente dei suoi sogni, si trova in codeste sale. Dal pavimento alla volta, intorno alle porte, lungo gli spigoli delle finestre, negli angoli più appartati, in qualunque parte cada lo sguardo, appare un tal formicolío di ornamenti d'oro e di pietre preziose, una così fitta rete di arabeschi e d'iscrizioni, una così meravigliosa profusione di disegni e di colori, che appena si son fatti venti passi, si è sbalorditi e confusi, e l'occhio erra qua e là stanco, quasi cercando un palmo di parete nuda, in cui rifugiarsi e riposare. In una di queste sale il custode vi accenna una macchia rossastra che copre un buon tratto del pavimento marmoreo, e vi dice con voce solenne:
“Questa è la traccia del sangue di Don Fadrique gran mastro dell'Ordine di Sant'Jago, ucciso in questo luogo medesimo, l'anno 1358, per ordine del re Don Pedro, suo fratello.”
Mi ricordo che quando udii queste parole guardai in viso il custode coll'aria di voler dire:—Gnamo, via;—e che il buon uomo mi rispose con un tuono secco:
“Caballero, se io le dicessi di creder la cosa sulla mia parola, ella avrebbe ogni ragione di dubitarne; ma quando la cosa la può veder lei coi suoi occhi, sbaglierò, ma... mi pare...”
“Sì,” m'affrettai a dire, “sì, è sangue, lo credo, lo vedo, non parliamone più.”
Ma se si può scherzar sulla macchia del sangue, non si può sulla tradizione di quel delitto; l'aspetto del luogo ne ravviva nella mente tutti i più orrendi particolari. Per l'ampie sale dorate par di sentir risuonare il passo di Don Fadrique, inseguito dai balestrieri armati di mazze; il palazzo è immerso nelle tenebre; non si sente altro rumore che quello dei carnefici e della vittima; Don Fadrique cerca di entrar nel cortile, Lopez de Padilla lo agguanta, Fadrique si scioglie, è nel cortile, afferra la spada, maledizione! la croce dell'elsa s'è intricata nel mantello dell'Ordine di Sant'Jago, i balestrieri sopraggiungono, ei non ha più tempo a sguainare la lama, fugge qua e là a tentoni, Fernandez de Roa lo raggiunge e lo atterra con un colpo di mazza, gli altri gli si avventano addosso e feriscono, Faldrico spira in un lago di sangue....
Ma questo tristo ricordo si perde in mezzo alle mille immagini della vita deliziosa dei re Arabi. Quelle finestrine gentili, alle quali par che si debba affacciar da un momento all'altro un volto languido di Odalisca; quelle porte segrete, davanti alle quali vi fermate vostro malgrado, come se aveste sentito il fruscío d'una veste; quei dormentori dei Sultani, immersi in una oscurità misteriosa, nei quali vi par di sentir confusi in un solo i gemiti amorosi di tutte le fanciulle che vi perdettero il fior verginale; quella prodigiosa varietà di colori e di fregi che a somiglianza di una concitatissima e sempre cangiante sinfonia vi leva i sensi in non so quale smarrimento fantastico che vi fa dubitar di sognare; quell'architettura delicata e leggerissima, tutta colonnine che paion braccia di donne, archetti capricciosi, stanzini, volte affollate di ornamenti che pendono in forma di stallatiti, di diacciuoli e di grappoli, variopinte come aiuole fiorite; tutto questo vi mette il desiderio di sedervi in mezzo a una di quelle sale, e di star là premendovi sul cuore una bella testa bruna d'Andalusa, che vi faccia dimenticare il mondo e il tempo, e con un lunghissimo bacio che vi assorbisca la vita vi addormenti per sempre.
Al pian terreno, la più bella sala è quella degli ambasciatori, formata da quattro grandi archi che sostengono una galleria di quarantaquattro archi minori, e in alto una leggiadra cupola scolpita, dipinta, dorata, ricamata con una grazia inimitabile e uno sfarzo favoloso. Al piano superiore, dov'eran gli appartamenti d'inverno, non rimane che un oratorio di Ferdinando e d'Isabella la Cattolica, e una piccola stanza che si dice sia quella in cui dormiva il re Don Pedro. Di qui si scende per una scala stretta e misteriosa nelle stanze in cui abitava la famosa Maria di Padilla, favorita di Don Pedro, che la tradizione popolare accusa d'aver istigato il re al fratricidio.
I giardini dell'Alcazar non sono molto vasti, nè straordinariamente belli; ma i ricordi che destano valgon più della vastità e della bellezza. All'ombra di quegli aranci e di quei cipressi, al mormorio di quelle fontane, quando splendeva in quel purissimo cielo andaluso una grande e candida luna, e il folto sciame dei cortigiani e degli schiavi posava; quanti lunghi sospiri di ardenti sultane! quante umili parole di re superbi! che tremendi amori, e che tremendi amplessi!—Itimad! mio amore!—mormoravo io, pensando all'amante famosa di re Al-Motamid, e intanto giravo di sentiero in sentiero come inseguendo il suo fantasma;—Itimad! Non lasciarmi solo in questo tacito paradiso! Arrestati! Rendimi un'ora della felicità di questa notte! Ti ricordi? Tu venisti a me, e la tua ricca chioma cadde sulle mie spalle come un manto; e in quel modo che il guerriero impugna la sua spada, io afferrai il tuo collo più bianco e più morbido di quello del cigno! Com'eri bella! Come il mio cuore ansioso estinse la sua sete dentro la tua bocca color di sangue! Il tuo bel corpo uscì dalla tua veste splendidamente ricamata, come una lama nitida e scintillante esce dalla guaina; e allora io premetti con ambe le mani i tuoi grandi fianchi, e la tua vita sottile e tutta la perfezione della tua bellezza! Come sei cara, Itimad! Il tuo bacio è dolce come il vino, e il tuo sguardo, come il vino, fa smarrir la ragione!