Ai tempi degli Arabi, Cordova aveva il primato nella letteratura, Siviglia nella musica; Averroes diceva:—Quando a Siviglia muore un dotto e si voglion vendere i suoi libri, si mandano a Cordova; ma se a Cordova muore un musico, i suoi strumenti si mandano a vendere a Siviglia.—Ora Cordova ha perduto anche il primato letterario, e Siviglia li ha tutti e due. Non son più i tempi, certo, in cui un poeta, cantando le bellezze d'una fanciulla, faceva accorrere intorno a lei, da tutte le parti del regno, una folla d'innamorati; e un principe invidiava un altro principe, solo perchè era stato fatto in sua lode un verso più bello di quanti ne fossero mai stati ispirati da lui; e un Califfo premiava l'autore d'un bell'inno con un regalo di cento cammelli, d'uno stuolo di schiavi e d'un vaso d'oro; e una ingegnosa strofa improvvisata a tempo scioglieva dalle catene uno schiavo o salvava la vita a un condannato a morte; e i musici passeggiavan per le strade di Siviglia con un corteggio da monarchi, e il favore dei poeti era cercato come quello dei re, e la lira era temuta come la spada. Ma il popolo sivigliano è pur sempre il popolo più poeta della Spagna. Il frizzo, la parola amorosa, l'espressione della gioia e dell'entusiasmo sgorgano dalle sue labbra con una spontaneità e una grazia che seduce. Il popolano di Siviglia improvvisa versi, parla che par che canti, gestisce che par che declami, ride e folleggia come i fanciulli. A Siviglia non s'invecchia. È una città in cui si sfuma la vita in un sorriso continuo, senz'altro pensiero che di godersi il bel cielo, le belle casine, i giardinetti voluttuosi. È la città più quieta di Spagna; è la sola, che dalla rivoluzione in poi, non sia stata agitata da alcuni di quei tristi commovimenti politici che sconvolsero le altre; la politica non passa la prima pelle; si bada a fare all'amore; tutte le altre cose si pigliano in ridere; todo lo toman de broma, dicono dei sivigliani gli altri spagnuoli; e in vero, con quell'aria profumata, con quelle stradine da città orientale, con quelle donnine piene di fuoco, confondersi! A Madrid si parla male di loro; si dice che son vani, falsi, mutevoli, pettegoli. È gelosia! Invidiano la loro indole felice, la simpatia che ispirano agli stranieri, le loro ragazze, i loro poeti, i loro pittori, i loro oratori, la loro Giralda, il loro Alcazar, il loro Guadalquivir, la loro vita, la loro storia! Così dicono i sivigliani battendosi una mano sul petto e cacciando in aria un nuvolo di fumo dal loro inseparabile cigarrito; e le loro belle donnine si vendicano delle madrilene e di tutte le donne del mondo, parlando con maligna pietà dei lunghi piedi, delle larghe vite e degli occhi morti che in Andalusia non riceverebbero l'onore d'uno sguardo e l'omaggio d'un sospiro. Bello ed amabile popolo in verità, al quale, ahimè! bisogna pur vedere il rovescio della medaglia, soverchia la superstizione e mancan le scuole, come a quasi tutta la Spagna meridionale, in parte non per sua colpa, ma in parte sì; e questa, forse, non è la parte minore.


Il giorno fissato per la partenza mi arrivò addosso inaspettato. È strano: io non ricordo quasi nulla dei particolari della mia vita a Siviglia; è un gran che se so dire a me stesso dove desinai, di che cosa parlai col Console, come passai le serate, perchè stabilii di partire quel dato giorno; ero assente da me stesso; vivevo, se posso così esprimermi, fuori di me; fui per tutto il tempo che rimasi in quella città, un po' intontito. Fuor che nel Museo e nel patio, il mio amico Segovia deve aver trovato che sapevo di poco; e ora, non so perchè, penso a quei giorni come a un sogno. Di nessun'altra città m'è rimasta una ricordanza così vaga come di Siviglia. Oggi ancora, mentre son ben sicuro di essere stato a Saragozza, a Madrid, a Toledo, qualche volta, pensando a Siviglia, mi piglia un dubbio. Mi pare che sia una città molto più lontana degli ultimi confini della Spagna, che per tornarci dovrei viaggiare mesi e mesi, e attraversare terre sconosciute e grandi mari e popoli in tutto diversi da noi. Penso alle strade di Siviglia, a certe piazzette, a certe case, come penserei alle macchie della luna. A volte, l'immagine di quella città mi passa dinanzi agli occhi, come una forma bianca, e dispare, quasi senza che io possa afferrarla colla mente; la vedo odorando un arancio cogli occhi chiusi; fiutando I' aria, in certe ore della giornata, sulla porta d'un giardino; canterellando una canzoncina che sentii cantare da un ragazzo su per le scale della Giralda. Non so spiegare a me stesso questo secreto; ci penso, come a una città che avessi ancora da vedere, e godo nel guardare stampe e nello sfogliar libri comprati là, perchè son cose che attestano a me stesso che ci sono stato. Un mese fa ricevetti una lettera del Segovia che mi diceva:—Ritornate fra noi;—e n'ebbi un piacere matto, e nello stesso tempo risi come se m'avessero detto:—Fate una corsa a Pekino.—E appunto per questo Siviglia mi è cara su tutte le altre città della Spagna; l'amo come una bella donna sconosciuta, che attraversando un bosco misterioso, m'avesse gettato uno sguardo ed un fiore. Quante volte, quando un amico mi scuote dicendomi:—A che pensi?—o nella platea d'un teatro o nella sala d'un caffè, io, per tornare a lui, debbo uscire dallo stanzino di Maria Padilla, o da una barca che scivola all'ombra dei platani della Cristina, o dalla bottega di Figaro, o dal vestibolo di un patio pieno di fiori, di zampilli e di lumi!


M'imbarcai sur un bastimento della Compagnia Segovia, presso la Torre dell'Oro, in un'ora che Siviglia era tutta immersa in un profondo sonno, e un sole ardentissimo la copriva d'un mare di luce. Mi ricordo che pochi momenti prima della partenza, un giovinetto venne a bordo a cercarmi, e mi rimise una lettera di Gonzalo Segovia, la quale racchiudeva un sonetto che serbo tuttora, come uno dei più preziosi ricordi di Siviglia. Sul bastimento era una compagnia di cantanti spagnuoli, una famiglia inglese, degli operai, dei bambini. Il capitano, da buon andaluso, aveva una parola cortese per tutti. Appiccai subito discorso con lui. Il mio amico Gonzalo è figliuolo del proprietario del bastimento; parlammo della famiglia Segovia, di Siviglia, del mare, di mille cose allegre. Ah! il pover uomo era ben lontano dal pensare che, pochi giorni dopo, quel malaugurato bastimento si sarebbe sfasciato in mezzo al mare, ed egli avrebbe fatto così un'orrenda fine! Era il Guadaira del quale scoppiò la caldaia a breve distanza da Marsiglia, il giorno 16 giugno del 1872.


A tre ore il bastimento partì alla volta di Cadice.


X.
CADICE