In quel momento il mercante s'affacciò alla porta della bottega, e indovinando il perchè eravamo là, rise, e ci disse:—No está.—Figaro non c'è, e facendoci un grazioso saluto, si ritrasse.
Allora pregai il signor Gonzalo di farmi vedere un patio, uno di quegl'incantevoli patios, che, a guardarli dalla strada, mi facevan fantasticare tante delizie. “Voglio vederne almeno uno,” gli dissi, “penetrare una volta in mezzo a quei misteri, toccar le pareti, assicurarmi che sono una cosa vera, e non una visione.”—Il mio desiderio fu subito appagato. Entrammo nel patio d'un amico suo. Il signor Gonzalo disse al servitore lo scopo della visita, e rimanemmo soli. La casa non aveva che un piano. Il patio non era più spazioso d'una sala comune; ma tutto marmo e fiori, e uno schizzo d'acqua nel mezzo, e intorno quadri e statuette, e fra tetto e tetto una tenda che riparava dal sole. In un canto si vedeva un tavolino da lavoro, e qua e là seggiole e panchettine, sulle quali s'eran forse posati poco prima i piedi di qualche Andalusa che in quel momento ci osservava di fra le stecche d'una persiana. Io guardai minutamente ogni cosa, come avrei fatto in una casa abbandonata dalle fate; sedetti, chiusi gli occhi e immaginai d'essere il padrone; poi m'alzai, bagnai una mano allo zampillo della fontana, palpai una colonnetta, m'affacciai alla porta, presi un fiore, alzai gli occhi alle finestre, risi, misi un sospiro, e dissi:—“Quanto debbono esser felici coloro che vivon qui!”—In quel punto sentii ridere, mi voltai, e vidi lampeggiar dietro una persiana due neri occhietti, che sparirono subito. “In verità,” dissi “non credevo che su questa terra si potesse ancora vivere tanto poeticamente! E pensar che voi vi godete queste case per tutta la vita! E che avete ancora voglia di stillarvi il cervello colla politica!”—Il signor Gonzalo mi spiegò i secreti della casa.—“Tutti questi mobili,” mi disse “questi quadri, questi vasi di fiori, all'avvicinarsi dell'autunno scompaion di qui e risalgono al primo piano, che è l'abitazione dell'inverno e della primavera. All'avvicinarsi dell'estate, letti, armadii, tavole, seggiole, ogni cosa si riporta nelle stanze a pian terreno, e la famiglia dorme qui, e desina, riceve gli amici e lavora, in mezzo ai fiori e ai marmi, al mormorío della fontana. E poichè la notte si lascian le porte aperte, dalle stanze dove si dorme si vede il patio illuminato dalla luna, e si sente l'odor delle rose.”—“Oh basta!” esclamai, “basta, signor Gonzalo, abbia pietà degli stranieri!”—E ridendo di cuore tutti e due, uscimmo per andar a vedere la famosa Casa de Pilatos.
Passando per una stradina solitaria, vidi nelle vetrine d'una chincaglieria un assortimento di coltelli così spropositatamente larghi e lunghi e stravaganti, che mi venne il desiderio di comprarne uno. Entrai, me ne fu schierata una ventina sotto gli occhi, ed io me li feci aprire uno per uno. Ad ogni scatto di lama indietreggiavo d'un passo. Non credo che si possa immaginare un'arma di aspetto più barbaro e più orrendo di questa. Da un manico di rame, o d'ottone, o di corno, un po' curvo, e lavorato a trafori che lascian vedere delle striscioline di talco di varii colori, balza fuori, producendo un rumore simile a quello d'una raganella, una lama larga come la palma della mano, lunga due palmi, acuta come un pugnale, della forma di un pesce, ornata d'intagli colorati di rosso che paion righe di sangue rappreso, e d'iscrizioni minacciose e feroci. Sur una è scritto in spagnuolo:—Non aprirmi senza ragione, non chiudermi senza onore;—sur un'altra:—Dove tocco è finita;—sur una terza:—Quando questa serpe morde, il medico non ci ha più che fare;—ed altre galanterie di questa natura. Il nome proprio di questi coltelli è navaja che vuol dire anche rasoio, e la navaja è l'arma da duello del popolo. Ora, è un po' caduta in disuso, ma una volta era in grande onore; v'erano i maestri, ciascuno aveva il suo colpo segreto, si facevan dei duelli secondo tutte le regole della cavalleria. Comprai la più spropositata navaja della bottega, e ripigliammo la nostra strada.
La Casa de Pilato, posseduta dalla famiglia di Medina-Cœli, è, dopo l'Alcazar, il più bel monumento d'architettura araba che esista a Siviglia. Il nome di Casa di Pilato le venne da che il suo fondatore, Don Enriquez de Ribera, primo marchese di Tarifa, la fece costrurre, secondo si narra, ad imitazione della casa del pretore Romano ch'egli aveva vista a Gerusalemme dove s'era recato in pellegrinaggio. L'aspetto esteriore dell'edifizio è modesto; l'interno è meraviglioso. Si entra dapprima in un cortile, non meno bello di quello incantevole dell'Alcazar, cinto d'un doppio ordine di archi sostenuti da leggiadre colonne di marmo, che forman due leggerissime gallerie, l'una sovrapposta all'altra, e delicate tanto alla vista da far temere che rovinino al primo soffio di vento. Nel mezzo è una graziosa fontana, sorretta da quattro delfini di marmo e coronata d'una testa di Giano. I muri sono ornati, in basso, di fulgidi musaici; più su, coperti di ogni maniera di capricciosi arabeschi; qua e là aperti in belle nicchie che contengon busti d'imperatori romani. Ai quattro angoli del cortile, sorgono quattro statue colossali. Le sale son degne del cortile: i soffitti, i muri, le porte sono scolpiti, ricamati, fioriti, istoriati con una delicatezza da miniatura. In una vecchia cappella di stile misto di gotico e d'arabo, di forma elegantissima, si conserva una piccola colonna alta poco più di tre piedi, donata da Pio V a un discendente del fondatore del palazzo, allora vicerè di Napoli; alla qual colonna, narra la tradizione che sia stato avvinto Gesù Cristo per essere flagellato; il che, se pur fosse vero, proverebbe che Pio V non aveva nemmeno un pelo che ci credesse, chè altrimenti non avrebbe commesso, così alla leggiera, l'inqualificabile sproposito di privarsene per fare un regalo al primo venuto. Tutto il palazzo è sparso di sacre memorie. Al primo piano, il custode vi accenna una finestra che corrisponde a quella presso cui era seduto san Pietro quando rinnegò Gesù, e il finestrino dal quale la fante lo riconobbe. Dalla strada si vede un'altra finestra con un terrazzino di pietra, che occupa precisamente il posto di quella dove Gesù fu mostrato al popolo colla corona di spine. Il giardino è pieno di frammenti di statue antiche portate dall'Italia da quello stesso Don Pedro Afan de Ribera, vicerè di Napoli. Fra le altre fiabe che si raccontano intorno a quel misterioso giardino, si dice che Don Pedro Afan de Ribera vi aveva posto l'urna, recata dall'Italia, che conteneva le ceneri dell'Imperatore Traiano, e che un curioso senza garbo, avendola rovesciata con un urto, le ceneri dell'Imperatore s'erano sparse fra l'erba, e nessuno era più riuscito a raccoglierle. Così l'augusto monarca, nato a Italica, per uno stranissimo caso era tornato vicino alla sua città nativa, non assai bene in arnese, a dir vero, per poter recarsi a meditare sulle sue rovine; ma pur vicino in ogni modo.
Dopo quello che ho accennato, si può dire, non d'aver visto, ma d'aver cominciato a vedere Siviglia. Io però mi arresto qui, perchè tutto deve aver una fine. Lascio da un lato i passeggi, le piazze, le porte, le biblioteche, i palazzi pubblici, le case dei grandi, i giardini, le chiese; ristringendomi a dire che, dopo aver girato per parecchi giorni dal levar del sole al tramonto, dovetti partire da Siviglia col peso di molti rimorsi sulla coscienza. Non sapevo più dove battere il capo. Ero giunto a tal segno di stanchezza che l'annunzio d'una nuova cosa da vedere mi faceva più spavento che piacere. Il buon signor Gonzalo mi ispirava coraggio, mi confortava, mi accorciava il cammino colla sua piacevolissima compagnia; ma tant'è, di quello che vidi gli ultimi giorni non serbo che una memoria molto confusa.
Siviglia, benchè non meriti più il titolo glorioso di Atene spagnuola, come ai tempi di Carlo V e di Filippo II, quando madre ed ospite d'una folta ed eletta schiera di poeti e di pittori, era la sede della civiltà e delle arti del vasto impero dei suoi monarchi; è pur sempre fra le città di Spagna, eccettuata Madrid, quella in cui la vita artistica si mantiene più rigogliosa, e per la copia degli ingegni, e per l'opera dei mecenati, e per la natura del popolo amantissimo delle belle arti. V'è una fiorente Accademia letteraria, una Società protettrice delle arti, un'Università di bella fama, e una famiglia di dotti e di scultori, che godono d'una onorevole reputazione in Ispagna. Ma la prima gloria letteraria di Siviglia è una signora, Caterina Bohl, autrice delle novelle che portano il nome di Fernan Caballero, diffusissime in Spagna, e in America, tradotte in quasi tutte le lingue d'Europa, e note anche in Italia, dove alcune vennero non è molto pubblicate, a ogni persona che s'occupi nulla nulla di letteratura straniera. Son quadri ammirabili di costumi andalusi, pieni di verità, d'affetto, di grazia, e sopra tutto d'un così possente vigore di fede, d'un entusiasmo religioso così intrepido, d'una carità cristiana così ardente, che il più scettico uomo del mondo ne sarebbe scosso e turbato. Caterina Bohl è una donna che affronterebbe il martirio con la fermezza e la serenità di sant'Ignazio. E la coscienza della sua forza si rivela ad ogni sua pagina: non si ristringe a difendere la religione e a predicarla, assale, minaccia, fulmina i nemici; e non solo i nemici della religione, ma ogni uomo ed ogni cosa che accolga, per dirla con una frase fatta, lo spirito del secolo, poich'ella non perdona a nulla di quanto s'è fatto al mondo dai tempi dell'Inquisizione in poi, ed è più inesorabile del Sillabo. Ed è questo forse il suo più gran difetto di scrittrice, perchè i suoi predicozzi religiosi, e le sue invettive sono soverchio fitte, e quando non rivoltano, ristuccano, e nuocciono, più che non giovino alle sue stesse mire. Ma non c'è ombra di fiele nell'anima sua, e quale è nei libri, tale nella vita: gentile, buona, caritatevole; in Siviglia è venerata come una santa. Nacque nella città, si maritò giovanissima, ed ora è vedova per la terza volta. Il suo ultimo marito, che fu ambasciatore di Spagna a Londra, si uccise, ed ella da quel giorno non ha più deposto il lutto. Ha ora poco meno di settant'anni, fu bellissima, ed il suo aspetto nobile e sereno serba l'impronta della bellezza. Suo padre, ch'era uomo fornito di acuto ingegno e di vasta cultura, le fece apprendere in tenera età varie lingue: conosce profondamente il latino, e parla con facilità mirabile l'italiano, il tedesco, il francese. Oramai, benchè giornali ed editori d'Europa e d'America la stimolino con larghissime offerte a scrivere, non scrive più; ma non vive per questo inoperosa. Legge dalla mattina alla sera ogni sorta di libri, e leggendo o fa la calza o ricama, poichè ha fermissimamente deciso che i suoi studi di letteratura non debbano togliere neanche un minuto alle sue faccende da donna. Non ha figliuoli, vive in una casa solitaria, della quale ha ceduto il miglior quartiere a una famiglia povera, e spende una buona parte dell'aver suo in elemosine. Un tratto curioso del suo carattere è l'affetto vivissimo che porta alle bestie: ha la casa piena d'uccelli, di gatti e di cani; e la sua sensitività, a questo riguardo, è così delicata, ch'ella non ha mai voluto metter piede in una carrozza, dal timore di veder dare una frustata al cavallo per cagion sua. Tutti i dolori l'affliggono come suoi proprii dolori: la vista d'un cieco, d'un malato, d'una sventura quale essa sia, la turba per una giornata intera; non può chiuder gli occhi al sonno, se non ha prima asciugato una lacrima; darebbe lietamente tutta la sua gloria per risparmiare una trafittura di cuore ad uno sconosciuto. Prima della rivoluzione viveva meno solitaria: la famiglia Montpensier la riceveva con grandi onoranze, le più illustri famiglie di Siviglia facevano a gara per averla in casa; ora non vive che coi suoi libri e con poche amiche.