Passammo sotto la porta e continuammo a salire per una strada incassata, fin che ci trovammo sulla sommità della collina in mezzo a una spianata ricinta d'un parapetto e sparsa di piante e di fiori. Io mi voltai subito verso la valle per godere il colpo d'occhio; ma il Gongora mi afferrò pel braccio e mi fece guardare dalla parte opposta. Ero dinanzi a un grande palazzo dello stile del Rinascimento, mezzo in rovina, e fiancheggiato da alcune piccole case di meschina apparenza.

“Che gioco è questo?” domandai “Mi conduce qui per vedere una reggia araba, e mi trovo la via chiusa da un palazzo moderno? Chi ha avuto la scellerata idea di rizzar quell'edifizio in mezzo al giardino dei Califfi?”

“Carlo V.”

“Era un vandalo. Non gli ho perdonato ancora la chiesa gotica che piantò in mezzo alla Moschea di Cordova; ed ora questa baracca finisce di mettermelo in tasca tutto intero colla sua corona e la sua gloria. Ma in nome del cielo, dov'è l'Alhambra?”

“È là.”

“Dove là?”

“In quelle casuccie.”

“Eh via!”

“Glie ne dò la mia parola d'onore.”

Incrociai le braccia e lo guardai; egli rise.