Arrivammo dinanzi a una gran porta che chiude la strada; il Gongora mi disse:—Ci siamo,—io entrai.

Mi trovai in un gran bosco di alberi d'un'altezza smisurata, inclinati gli uni verso gli altri di qua e di là d'un grande viale che ascende su per la collina e si perde nell'ombra; e fitti tanto che appena vi potrebbe passare un uomo frammezzo, e dovunque si guardi, non si vedon che tronchi che par che chiudan la via come una parete continua. Gli alberi incrociano i rami al di sopra del viale; nel bosco non penetra un raggio di sole; l'ombra è oscurissima; e da ogni parte mormorano ruscelli, e cantano usignoli, e spira una freschezza primaverile.

“Siamo già nell'Alhambra” mi disse il Gongora; “si volti indietro, e vedrà le torri e le mura merlate della cinta.”

“Ma dov'è il palazzo?” domandai.

“È un mistero,” mi rispose; “andiamo innanzi, a caso.”

Salimmo per un viale che fiancheggia il gran viale del mezzo, e va su a giravolte verso la sommità della collina. Gli alberi vi formano sopra come un padiglione di verzura che non lascia vedere un palmo di cielo, e l'erbe, i cespugli e i fiori gli fanno ai lati due leggiadrissime spalliere variopinte e odorose, e un po' inclinate l'una verso l'altra, come se tendessero a congiungersi, attratte a vicenda dalla vaghezza dei colori e dalla soavità delle fragranze.

“Fermiamoci un momento,” dissi “voglio tirare un gran sorso di quest'aria; mi par che debba contenere non so che germi arcani che infusi nel sangue allunghin la vita; è un'aria che odora di gioventù e di salute.”

“Ecco la porta,” esclamò il Gongora.

Mi voltai come se m'avessero punto in un fianco, e vidi pochi passi dinanzi a me una grossa torre quadrata, di color rosso cupo, coronata di merli, con una porta arcata, sopra la quale si vedono scolpiti una chiave ed una mano.

Interrogai il mio duca, il quale mi disse che quella era l'entrata principale dell'Alhambra, e che si chiamava la porta della Giustizia perchè sotto quell'arco i Re arabi solevan pronunziare le loro sentenze. La chiave significa che quella porta è la chiave della fortezza, e la mano simboleggia i cinque principali precetti dell'Islam: orazione, digiuno, beneficenza, guerra santa e pellegrinaggio alla Mecca. Un'iscrizione araba attesta che l'edifizio fu costrutto quattro secoli or sono dal sultano Abul Hagag Jusuf, ed un'altra che si legge tuttora sulle colonne dice: «Non c'è altro Dio che Allah, e Maometto è il suo profeta! Non v'è potere nè forza fuori di Allah!»