“Ma bisogna spicciarsi,” mi disse finalmente, “se no non torneremo a Granata prima di sera.”
“Ma che so io di Granata!” gli risposi; “che so io di sera e di mattina e di me stesso; io sono in Oriente!”
“Ma lei non è che nell'anticamera dell'Alhambra, caro il mio arabo!” mi disse il Gongora spingendomi innanzi; “venga, venga con me, che le parrà ben altrimenti d'essere in Oriente!”
E mi condusse, riluttante, fin sulla soglia della porta della torre. Di là mi voltai a guardare ancora una volta il cortile dei mirti, e misi una voce di stupore. Fra due colonnine della galleria arcata che è di fronte alla torre, dal lato opposto del cortile, s'era affacciata una ragazza, un bel viso bruno d'andalusa, con un mantello bianco avvolto intorno al capo e cascante sulle spalle; e stava appoggiata sul parapetto in un atteggiamento melanconico, cogli occhi fissi su di noi. Non si può dire l'effetto fantastico che produceva quella figura in quel punto; la grazia che riceveva dall'arco che le si curvava sul capo, e dalle due colonne che le facevan cornice, e la bella armonia che dava a tutto il cortile, quasi come fosse un ornamento necessario di quell'architettura, concepito dalla mente dell'architetto nell'atto stesso che ne immaginava il disegno. Pareva una sultana che aspettasse il suo signore pensando a un altro cielo e a un altro amore. E continuava a guardarci, ed il cuore mi cominciava a batter forte, e interrogavo cogli occhi il mio amico, come per esser assicurato che non travedevo. Tutt'a un tratto la sultana rise, abbassò il mantello bianco e scomparve.
“È una serva,” mi disse il Gongora.
Rimasi ingrullito.
Era infatti una serva dell'amministratore dell'Alhambra che soleva far quello scherzo agli stranieri.
Entrammo nella torre, chiamata torre di Comares, o volgarmente degli Ambasciatori.
L'interno della torre forma due sale, la prima delle quali si chiama la sala della Barca, chi dice perchè ha la forma d'una barca, e chi perchè era chiamata dagli arabi sala della baraka, o benedizione, la qual parola sarebbe stata contratta dal volgo in quella di barca. Questa sala non sembra più opera umana: è tutta un prodigioso intreccio di ricami in forma di ghirlande, di rosoni, di rami, di foglie, che copron vòlta, archi, pareti, da ogni parte e in ogni senso, fitti, attorcigliati, reticolati, sovrapposti gli uni agli altri, e pure meravigliosamente distinti fra loro, e combinati in maniera che si presentano allo sguardo tutti insieme e tutt'a un tratto, ed offrono un aspetto di magnificenza che sbalordisce e di grazia che incanta. Mi avvicinai a una parete, fissai gli occhi sul punto estremo d'un arabesco e provai a seguirne i giri e i rigiri su per la parete; è impossibile; lo sguardo si perde, la mente si turba, e tutti gli arabeschi dal pavimento alla vòlta par che si muovano e si confondano per farvi sfuggire il filo della loro inestricabile rete. Potete fare uno sforzo per non guardare intorno, fissar tutta la vostra attenzione sur un palmo solo di parete, metterci il viso sopra, e seguire il filo col dito: è inutile; dopo un minuto i ricami si scompigliano, si stende un velo tra voi e il muro, e il vostro braccio ricade. La parete pare tessuta come il panno, è crespa come il broccato, forata come la trina, reticolata come una foglia; non si può guardar da vicino; non se ne può fissar nella mente il disegno: sarebbe come voler contare le formiche in un formicaio; bisogna contentarsi di scorrer le pareti con uno sguardo vago; poi riposare, e riguardare daccapo, e riposando, pensare ad altro, e discorrere. Dopo aver guardato un po' intorno coll'aria d'un uomo preso più dal capogiro che dall'ammirazione, mi voltai verso il Gongora perchè mi leggesse nel viso quello che avrei voluto dirgli.
“Entriamo nell'altra catapecchia,” mi rispose sorridendo, e mi spinse nella grande sala degli Ambasciatori, che occupa tutto l'interno della torre, poichè veramente la sala della barca appartiene a un piccolo edifizio che, sebbene congiunto alla torre, non ne fa parte. La sala è di forma quadrata, spaziosa ed illuminata da nove grandi finestre ad arco in forma di porte, che presentan quasi l'aspetto di altrettante alcove, cosiffatto è lo spessore dei muri; e ciascuna è divisa per mezzo, verso il di fuori, da una colonnina di marmo che sorregge due archetti eleganti, sormontati alla loro volta da due piccole finestre arcate. Le pareti sono coperte di musaici e d'arabeschi indescrivibilmente delicati e multiformi; e d'innumerevoli iscrizioni che si stendono a guisa di larghi nastri ricamati sopra gli archi delle finestre, su per gli spigoli, lungo i fregi, e intorno alle nicchie, nelle quali ponevansi i vasi ripieni di fiori e d'acque odorose. Il soffitto che s'eleva ad una grande altezza, è composto di pezzuoli di legno di cedro, bianchi, dorati e azzurri, commessi insieme, in forma di cerchi, di stelle e di corone; e forma tante volticine e cellule e finestrette centinate dalle quali scende una vaga luce, e dalla cornice che congiunge il soffitto alle pareti, pendono pezzi di stucco faccettati e ricamati a modo di stallattiti e di ciocche di fiori. Il trono era posto nella finestra di mezzo del lato opposto alla porta d'entrata. Dalle finestre di questo lato si gode la stupenda vista della valle del Dauro, profonda e silenziosa, come se anch'essa sentisse il fascino della maestà dell'Alhambra; dalle finestre degli altri due lati, si vedon le mura di cinta e le torri della fortezza; e dalla parte dell'entrata, in lontananza, gli archi leggeri del cortile dei mirti, e le acque della vasca che riflettono l'azzurro del cielo.