“Ebbene,” mi domandò il Gongora, “valeva la pena di sognare l'Alhambra per trecentosessantacinque notti?”
“È strano,” gli risposi; “quello che mi passa per la testa in questo momento. Quel cortile come lo si vede di qui, questa sala, queste finestre, questi colori, tutto quello che mi circonda, mi pare che non mi riesca nuovo; mi par che risponda a una immagine che avevo in capo, non so da quando, non so come, confusa in mezzo a mille altre, forse nata in un sogno, che so io! Quando avevo sedici anni, ed ero innamorato, e guardandoci fissi negli occhi, io e quella bambina, soli, in un giardino, all'ombra d'un capanno, ci lasciavamo sfuggire, senza accorgercene, un grido di gioia, che ci rimescolava il sangue come se fosse uscito dalla bocca d'una terza persona che avesse scoperto il nostro segreto; ebbene, allora io desideravo spesso di essere un re e di avere una reggia; ma nel dar forma a quel desiderio, la mia immaginazione non si arrestava mai nelle grandi reggie dorate dei nostri paesi, e volava in terre lontane, e là, sulla cima di un'altissima montagna, si fabbricava una reggia a modo suo, nella quale ogni cosa era gentile e piccino, e illuminato d'una luce misteriosa; e si vedevan lunghe fughe di sale decorate di mille ornamenti capricciosi e delicati, con finestre alle quali avremmo potuto affacciarci solamente noi due, e piccole colonne dietro cui quella bambina avrebbe appena potuto nascondere il viso per farmi uno scherzo amoroso, quando avesse sentito avvicinarsi il mio passo di sala in sala, o suonar la mia voce in mezzo al mormorio delle fontane del giardino. Senza saperlo, nel fabbricare colla fantasia quelle reggie, fabbricavo l'Alhambra; in quei momenti ho immaginato qualcosa di simile a queste sale, a queste finestre, a quel cortile che si vede di qui; di tanto simile che, più guardo intorno, meglio me ne ricordo, e mi par di riconoscere il luogo, piuttosto che di vederlo la prima volta. Quando s'è innamorati si sogna tutti un po' d'Alhambra, e se si potessero tradurre in linee e in colori tutti quei sogni, s'avrebbero dei quadri che farebbero strabiliare per la loro somiglianza con tutto quello che qui si vede. Quest'architettura non esprime la potenza, la gloria, la grandezza; esprime l'amore e la voluttà; l'amore coi suoi misteri, coi suoi capricci, colle sue effervescenze, coi suoi slanci di gratitudine verso Dio; la voluttà colle sue malinconie e i suoi silenzi. V'è dunque un legame intimo, un'armonia fra la bellezza di quest'Alhambra e l'anima di coloro che hanno amato a sedici anni, quando i desiderii son sogni e visioni. E di qui nasce l'indescrivibile fáscino che esercita questa bellezza; e per questo l'Alhambra, tuttochè così deserta e dimezzata, è ancora la più incantevole reggia del mondo, e al vederla per l'ultima volta, gli stranieri versano una lagrima. Gli è perchè salutando l'Alhambra, si dà un ultimo addio ai nostri più bei sogni giovanili, che fra le sue mura si son rifatti vivi per l'ultima volta! si dà un addio a dei visi immensamente cari che hanno rotto l'oblio di molti anni per affacciarsi un'ultima volta in mezzo alle colonnine di queste finestre! si dà un addio a tutti i fantasmi della giovinezza! si dà un addio a quell'amore che non rinasce mai più.”
“È vero!” rispose il mio amico; “ma che cosa dirà quando avrà visto il cortile dei Leoni! Venga! corriamo!”
Uscimmo a rapidi passi dalla torre, attraversammo il cortile dei mirti, e giungemmo davanti a una porticina posta di fronte a quella d'entrata.
“Si fermi!” mi gridò il Gongora.
Mi fermai.
“Mi faccia un favore.”
“Cento.”
“Un solo: chiuda gli occhi e non li apra che quando glielo dirò io.”
“Eccoli chiusi.”