“Ma badi che ci tengo; se li apre, m'inquieto!”
“Non dubiti!”
Il Gongora mi pigliò per mano e mi condusse innanzi: tremavo come una foglia.
Facemmo forse una quindicina di passi e ci arrestammo. Il Gongora disse con voce commossa:—Guardi!—Guardai, e lo giuro sul capo dei miei lettori: mi sentii scorrere due lagrime giù per le guancie.
Eravamo nel cortile dei Leoni.
Se in quello stesso momento m'avessero fatto uscire per dove ero entrato, non so se avrei saputo dire quello che avevo visto. Una foresta di colonne, un visibilio d'archi e di ricami, un'eleganza indefinibile, una delicatezza inimmaginabile, una ricchezza prodigiosa, un non so che di aereo, di trasparente, di ondeggiante, come un gran padiglione di trina; un'apparenza quasi d'un edifizio che si debba dissolvere con un soffio, una varietà di luci, di prospetti, di oscurità misteriose, una confusione, un disordine capriccioso di cose piccine, una maestà di reggia, una gaiezza di chiosco, una grazia amorosa, una stravaganza, una delizia, una fantasia di fanciulla appassionata, un sogno d'un angelo, una follia, una cosa senza nome; tale è il primo effetto del cortile dei Leoni.
È un cortile non più spazioso d'una gran sala da ballo, della forma d'un rettangolo, coi muri alti come una casetta andalusa d'un sol piano. Tutt'intorno ricorre un leggero portico, sostenuto da sveltissime colonne di marmo bianco aggruppate in un disordine simmetrico a due a due, a tre a tre, prive quasi di piedestallo, così che paion fusti d'alberi posati in terra; munite di capitelli svariati, alti, sottili, a guisa di pilastrini, su cui si incurvano dei piccoli archi di graziosissima forma, i quali meglio che appoggiati, sembran sospesi sulle colonne, a modo di cortine, che sorreggano le colonne stesse come nastri e ghirlande spenzolanti. Dal mezzo dei due lati più corti, si avanzano due gruppi di colonne che formano due specie di tempietti quadrati, di nove archi ciascuno, sormontati da una cupoletta multicolore. I muri di questi tempietti e quello esterno del portico sono una vera trina di stucco, ricamati, orlati, ritagliati, traforati da una parte all'altra, e trasparenti come un lavoro a maglia e cangianti di disegno a ogni passo; qui rabescati a fiori, là a stelle, più oltre a scudi, a scacchiere, a figure poligonali ripiene di minutissimi ornati; dove terminati in dentelli, in crespe, in festoni, dove in nastri ondeggianti intorno agli archi, in specie di stallattiti, di frangie, di ciondoli, di fiocchi, che par che debban oscillare e scompigliarsi al più leggero movimento dell'aria. Larghe iscrizioni arabe ricorrono lungo i quattro muri, sopra gli archi, intorno ai capitelli, sulle pareti dei tempietti. In mezzo al cortile s'alza una gran vasca di marmo sostenuta da dodici leoni, e circondata da un canaletto lastricato, in cui metton capo altri quattro piccoli canali, i quali descrivendo una croce fra i quattro lati del cortile, attraversano il portico, entrano nelle sale circostanti e si congiungono ad altri condotti d'acqua che girano per tutto l'edifizio. Dietro ai due tempietti, e nel mezzo degli altri due lati, s'aprono sale e fughe di sale, con grandi porte aperte, che lascian vedere il fondo oscuro, sul quale le bianche colonnine spiccano come dinanzi all'imboccatura di una grotta. A ogni passo che si fa nel cortile, quella foresta di colonne par che si muova e si disordini per disporsi in un'altra maniera; dietro una colonna che pareva sola, ne saltan fuori due, tre, una fila; altre scompaiono, altre si stringono, altre si disgiungono; a guardar d'infondo a una delle sale, tutto appare mutato; gli archi della parte opposta, sembran lontanissimi; le colonne, spostate; i tempietti, d'un'altra forma; si vede a traverso i muri, si scopron nuovi archi e nuove colonnine, qui illuminati dal sole, là nell'ombra, lì rischiarati appena dal po' di luce che passa pei fori degli stucchi, più lontano perduti quasi nel buio. È un continuo variare di prospetti, di lontananze, d'inganni, di misteri, di giuochi, che vi fa l'architettura e il sole, e la fantasia sovreccitata e bollente.
Che cosa doveva essere questo patio,—mi disse il Gongora,—quando i muri interni del portico erano luccicanti di musaici, i capitelli delle colonne scintillanti d'oro, i soffitti e le volte dipinti di mille colori, le porte chiuse da tende di seta, le nicchie piene di fiori, e sotto i tempietti e nelle sale correva l'acqua odorosa, e dalle nari dei leoni schizzavano dodici zampilli che ricascavan nella vasca, e l'aria era pregna dei più deliziosi profumi dell'Arabia!
Ci trattenemmo nel cortile più d'un'ora, che ci passò come un lampo; ed anch'io feci quello che fanno tutti in quel luogo, spagnuoli e stranieri, uomini e donne, poeti o non poeti che siano. Feci scorrer la mano sui muri, toccai tutte le colonnine, le strinsi colle due mani una per una come la vitina d'una bimba, mi ci nascosi in mezzo, le contai, le guardai da cento parti, percorsi il cortile in cento sensi, provai se era vero che dicendo una parola sottovoce in bocca a uno dei leoni, la si sentiva distintamente dalla bocca di tutti gli altri; cercai sui marmi le macchie di sangue delle leggende poetiche, mi stancai gli occhi e la mente sugli arabeschi. Vi eran parecchie signore. Le signore, nel cortile dei Leoni, fanno ogni sorta di fanciullaggini; mettono il viso fra le colonne gemelle, si nascondono negli angoli oscuri, siedono in terra, stanno per ore immobili colla testa appoggiata sulla mano, sognando. Quelle signore facevan così. Ve n'era una vestita di bianco che, passando dietro alle colonne lontane, quando credeva di non esser veduta, pigliava una certa andatura molle e maestosa di sultana melanconica, e poi rideva con una sua amica: era incantevole. Il mio amico mi diceva: “Andiamo,” e io rispondevo: “Andiamo,” e non potevo muovermi. Non provavo soltanto un sentimento dolcissimo di meraviglia; ma fremevo di piacere, e avevo addosso una smania di toccare, di frugare, che so io, di veder dentro quei muri e quelle colonne, come se fossero d'una materia arcana, e si dovesse scoprire nelle loro intime parti la causa prima del fáscino che quel luogo esercitava. In tutta la mia vita non ho mai pensato nè detto, nè dirò mai tante care follie, tante belle scempiaggini, tante fole, tante gentili cose senza senso, quante ne pensai e ne dissi in quell'ora.
“Ma bisogna venir qui,” mi diceva il Gongora, “al levar del sole, bisogna venirci al tramonto, bisogna venirci di notte quando splende la luna, per veder che meraviglie di colori, di ombre e di luce! C'è da perderci il capo!”