Rispose con grande indifferenza e serenità che avrebbe preparato i conti per il giorno seguente, e fatto vedere chi dei due fosse il debitore, se lui o il fisco: il quale reclamava centotrenta mila ducati rimessigli per prima rata; ottanta mila scudi per la seconda, tre milioni per la terza, undici milioni per la quarta, tredici per la quinta; e così seguitava a riferire il grave, gangoso (dalla voce nasale) e scimunito segretario che autorizzava un atto così importante.

Il gran Gonzalo mantenne la sua parola; si presentò alla seconda udienza, e tirato fuori il voluminoso libro nel quale aveva notate le sue giustificazioni, cominciò a leggere a voce alta e sonora le seguenti parole:

«Ducento mila settecento trentasei ducati e nove reali ai frati, alle monache e ai poveri, affinchè pregassero Dio per il trionfo delle armi spagnuole.

Cento milioni in pale, zappe e picconi.

Cento mila ducati in polvere e palle.

Dieci mila ducati in guanti profumati per preservare i soldati dal puzzo dei cadaveri dei nemici stesi sul campo di battaglia.

Centosettanta mila ducati per rifare campane distrutte dal continuo sonare per sempre nuove vittorie riportate sopra i nemici.

Cinquanta mila ducati in acquavite per i soldati in una giornata di battaglia.

Un milione e mezzo di ducati per mantenere prigionieri e feriti.

Un milione in messe di grazia e Te Deum all'Onnipossente.