—Ti ubriacherai!—gli dissero.
Per tutta risposta, egli mandò giù il secondo bicchiere.
Allora gli prese una parlantina meravigliosa. A tavola v'era una ventina di persone, in pochi minuti attaccò discorso con tutti, e fece mille rivelazioni sulla sua vita passata e sui suoi disegni per l'avvenire. Disse che era di Cadice, che aveva ottomila lire di rendita all'anno, e voleva darsi alla carriera diplomatica, perchè con quella rendita, aggiuntovi qualcosa che gli avrebbe lasciato un suo zio, poteva fare una buona figura dove si sia; che aveva stabilito di pigliar moglie a trent'anni, e di sposare una donna alta come lui, perchè, a suo avviso, la moglie doveva avere la stessa statura del marito, per evitare che l'uno o l'altro pigliasse il di su; che quando era ragazzo s'era innamorato della figliuola d'un console americano, bella come un fiore e soda come una pina, ma con una voglia rossa dietro un orecchio, che stava molto male, benchè essa la sapesse coprire assai bene colla mantiglia, e faceva veder colla salvietta in che modo la copriva; e che Don Amedeo era un uomo troppo ingenuo per poter riuscire a governar la Spagna; e che fra il poeta Zorilla e il poeta Espronceda, egli avea sempre preferito l'Espronceda; e che ceder Cuba all'America era una corbelleria, e che dell'esame di diritto canonico egli se ne rideva, e che voleva bere altre quattro dita di vino di Jerez, che era il primo vino d'Europa.
Bevve il terzo bicchiere, malgrado i buoni consigli e le disapprovazioni degli amici, e dopo aver cicalato un altro po' in mezzo alle risa dell'uditorio, all'improvviso tacque, guardò fisso fisso una signora che aveva dirimpetto, abbassò la testa e s'addormentò. Io credetti che per quel giorno non si sarebbe presentato all'esame; ma m'ingannai. Un'oretta dopo lo svegliarono, andò su a lavarsi il viso, corse all'Università ancora tutto assonnato, diede l'esame, e fu promosso a maggior gloria del vino di Jerez e della diplomazia spagnuola.
I giorni seguenti gl'impiegai a vedere i monumenti, o per dir meglio, le rovine dei monumenti arabi che, oltre all'Alhambra e al Generalife, attestano l'antico splendore di Granata. Poichè fu l'ultimo baluardo dell'Islam, Granata è fra le città di Spagna quella che ne serbò più numerosi ricordi. Sulla collina che si chiama di Dinadamar (fonte delle lagrime), si vedono ancora le rovine di quattro torri, che s'innalzavano ai quattro angoli d'una grande cisterna, nella quale affluivano dalla Sierra le acque che servivano agli usi della parte più alta della città. Là eran bagni, giardini e ville, delle quali non rimane più traccia, e di là si abbracciava con un colpo d'occhio la città coi suoi minareti, colle sue terrazze, colle sue moschee biancheggianti in mezzo alle palme e ai cipressi. Là presso si vede ancora una porta araba, chiamata porta d'Elvira, formata da un grande arco coronato di merli. Più oltre rovine di palazzi di Califfi. Presso il passeggio l'Alameda, una torre quadrata, con entro una gran sala ornata di quelle solite iscrizioni arabe. Presso il Convento di San Domingo, resti di giardini e di palazzi che erano una volta congiunti all'Alhambra per mezzo d'una via sotterranea. Dentro la città, l'Alcaiceria, mercato arabo quasi intatto, formato di parecchie stradine diritte e strette come corridoi, fiancheggiate da due file di botteghe l'una unita all'altra, che presentano uno strano aspetto di bazar asiatico. Infine, non si può far un passo per Granata, che non s'incontri un arco, un arabesco, una colonna, un mucchio di pietre che rammenta il suo fantastico passato di Sultana.
Quanti giri e rigiri non feci per quelle strade tortuose, nelle ore più calde della giornata, sotto un sole che mi scottava il cervello, senza incontrare anima nata! Anche a Granata, come nelle altre città d'Andalusia, la gente non si fa viva che la notte; e la notte si rifà della prigionia del dì, affollandosi e rimescolandosi sui passeggi pubblici colla fretta e la furia d'una moltitudine, una metà della quale cercasse l'altra metà per affari urgenti. La folla più fitta è all'Alameda; e però passai all'Alameda le mie serate, col Gongora che mi parlava di monumenti arabi, con un giornalista che mi parlava di politica, con un altro giovanotto che mi parlava di donne, non di rado tutti e tre insieme, con mio piacere infinito, perchè quella gazzarra da scolaretti, a tempo e luogo, mi rinfresca l'anima, come fa all'erba (per rubare una bella similitudine) quella pioggerella estiva che cade con affrettato moto come di trepida gioia.
Se avessi da dire qualcosa del popolo di Granata, mi troverei impacciato perchè non l'ho visto. Di giorno, per le strade, non incontravo nessuno; di notte non ci si vedeva; non v'eran teatri aperti; quando avrei potuto trovar qualcuno in città, ciondolavo per le sale o per i viali dell'Alhambra; e poi avevo tanto da fare per veder ogni cosa nello spazio di tempo che m'ero prefisso, che non mi restavan nemmen dei ritagli per intavolar conversazione, come feci nelle altre città, in mezzo alle strade e nei caffè, coi popolani in cui m'imbattevo.
Ma per quanto seppi da chi era in grado di darmi delle notizie sicure, il popolo di Granata non gode d'una eccellente riputazione in Spagna. Si dice che è maligno, violento, vendicativo, accoltellatore, il che non è punto smentito dalle cronache cittadine delle gazzette; e non si dice, ma si sa che in Granata l'istruzione popolare è anche più bassa che a Siviglia, e che in altre città spagnuole di minor conto; e che, in generale, tutte le cose che non posson esser fatte dal sole e dalla terra, che ne fanno pur tante, vanno alla peggio, o per indolenza, o per ignoranza, o per confusione. Granata non è congiunta dalla strada ferrata a nessuna città importante, vive sola, in mezzo ai suoi giardini, dentro la cerchia delle sue montagne, lieta dei frutti che la terra le produce sotto la mano, cullandosi mollemente nella vanità della sua bellezza e nell'orgoglio della sua storia, oziando, sonnecchiando, fantasticando, e contentandosi di rispondere, con uno sbadiglio, a chi le rimprovera il suo stato:—Io diedi alla Spagna il pittore Alonso Cano, il poeta Luigi di Leon, lo storico Ferdinando del Castillo, l'orator sacro Luigi di Granata, il ministro Martinez della Rosa; ho pagato il mio debito; lasciatemi in pace;—che è la risposta che fan quasi tutte le città meridionali della Spagna, troppo più belle, ahimè! che saggie e operose; e troppo più altere che civili. Ah! chi le ha vedute, non può mai stancarsi di esclamare:—Peccato!