—Ora che ha visto tutte le meraviglie dell'arte araba e della vegetazione tropicale, le resta a vedere, perchè possa dire di conoscer Granata, il borgo dell'Albaicin. Prepari l'animo a un mondo nuovo, metta la mano sul portamonete e mi segua.—
Così mi disse il Gongora l'ultima sera del mio soggiorno a Granata. Era con noi un giornalista repubblicano, di nome Melchiorre Almago, direttore dell'Idea, un giovanotto simpatico e gentile, che per accompagnarci sacrificò il desinare e un articolo di fondo che andava ruminando fin dalla mattina. Ci mettemmo in cammino, arrivammo fino alla piazza dell'Audiencia. Là il Gongora mi accennò una viuzza tortuosa che va su per un colle, e mi disse:—Qui comincia l'Albaicin;—e il signor Melchiorre toccando una casa col bastone, soggiunse:—Qui comincia il territorio della repubblica.—
Infilammo la viuzza, passammo da quella in un'altra, da questa in una terza, sempre salendo, senza ch'io vedessi nulla di straordinario, per quanto guardassi curiosamente da tutte le parti. Strade strette, case meschine, vecchie addormentate sugli scalini delle porte, mamme che spidocchian bambini, cani che sbadigliano, galli che cantano e ragazzi cenciosi che corrono e schiamazzano, e altre cose che si vedono in tutti i sobborghi; in quelle strade non c'era nulla di più. Sennonchè, via via che salivamo, l'aspetto delle case e della gente s'andava mutando: i tetti più bassi, le finestre più rade, le porte più piccine, gli abitanti più cenciosi. Nel mezzo d'ogni strada correva un rigagnolo dentro un letto in muratura all'uso arabo; qua e là, sopra le porte e intorno alle finestre, si vedevano resti di arabeschi e frammenti di colonnine; negli angoli delle piazze, fontane e pozzi del tempo della dominazione dei Mori. Ad ogni centinaio di passi che si faceva, pareva di tornar addietro di cinquant'anni verso l'età dei Califfi. I miei due compagni mi toccavano tratto tratto col gomito dicendo:—Guardi quella vecchia—Guardi quella bambina—Guardi quell'uomo.—Ed io guardavo e dimandavo:—Che gente è questa?—Se mi fossi trovato là all'improvviso, avrei creduto, al veder quegli uomini e quelle donne, di essere in un villaggio dell'Affrica; tanto i visi, il vestire, il modo di muoversi, di parlare, di guardare,—a così breve distanza dal centro di Granata,—eran diversi da quelli della gente che avevo vista fino allora. Ad ogni svoltata, mi fermavo per guardare in volto i miei compagni, e questi mi dicevano:—Questo non è nulla; qui siamo nella parte civile dell'Albaicin; questo è il quartiere parigino del sobborgo; andiamo oltre.
Andammo oltre; le strade parevan letti di torrenti, sentieri scavati nelle roccie, tutte rialzi, fossi, scoscendimenti, macigni; alcune ripide da non poterci salire un mulo, altre strette da passarci un uomo a stento; quali ingombre di donne e di fanciulli seduti in terra; quali erbose e deserte e tutte d'un aspetto squallido, selvaggio, strano, del quale non potrebbe fornire neanco un'immagine il più meschino dei nostri villaggi, perchè quella è una miseria che serba l'impronta d'un'altra razza e i colori d'un altro continente. Girammo per un labirinto di strade, passando di tempo in tempo sotto un grande arco arabo o per un'alta piazzuola dalla quale si abbracciava con uno sguardo la valle immensa, i monti coperti di neve e una parte della città sottoposta, e arrivammo alla fine in una strada più sassosa e più angusta di quante s'eran viste fino allora, nella quale ci arrestammo per pigliar fiato.
—Qui—mi disse il giovane archeologo—comincia il vero Albaicin. Guardi quella casa!—Guardai; era una casa bassa, affumicata, mezzo rovinata, con una porta che pareva la finestra d'una cantina, dinanzi alla quale si vedeva movere sotto un ammasso di cenci, un gruppo, o piuttosto un mucchio di vecchie e di bambini, che al nostro apparire alzarono gli occhi pieni di sonno e colle mani scarne tolsero di sulla soglia non so quali immondizie che impedivano il passo.
“Entriamo,” disse l'amico.
“Entrare?” domandai.
Se m'avessero detto che di là da quel muro v'era un quissimile della famosa Corte dei Miracoli che descrisse Vittor Hugo, non avrei esitato a credere. Nessuna porta m'aveva mai detto più imperiosamente di quella:—Allontanati.—Non saprei trovarle miglior paragone di quello della bocca spalancata d'una gigantesca strega, che mandasse un alito pregno di miasmi pestilenziali. Ma mi feci coraggio ed entrai.
Oh meraviglia! Era il cortile d'una casa araba, cinto di colonnine graziose, sormontato da archi leggerissimi, con quegli indescrivibili ricami dell'Alhambra intorno alle porticine e alle finestrine binate, colle travi e gli assiti del soffitto scolpiti e coloriti, colle nicchiette per i vasi dei fiori e le urne dei profumi, col bagno nel mezzo, con tutte le traccie e i ricordi della deliziosa vita d'una famiglia opulenta! E in quella casa abitava quella povera gente!
Uscimmo, entrammo in altre case, in tutte trovai qualche frammento d'architettura e di scultura araba. Il Gongora mi diceva di tratto in tratto:—Qui c'era un Harem—Là i bagni delle donne—Lassù la stanzina d'una favorita;—e io figgevo gli occhi avidi su tutti i pezzi di muro rabescato e su tutte le colonnine delle finestre, come per domandar loro la rivelazione di qualche segreto, un nome, una parola magica colla quale potessi ricostrurre in un istante l'edifizio rovinato ed evocare le belle arabe che ci eran vissute. Ma ahimè! in mezzo alle colonne e sotto gli archi delle finestrine non si vedevano che cenci e visi rugosi!