Questi sono i nostri pensieri e i nostri sentimenti. Se non sono ogni giorno dell'anno così benevoli, nè espressi sempre con parole così miti, non è perchè tacciano nel nostro cuore: è perchè siamo uomini, ossia per natura deboli, soggetti all'orgoglio, facili a irritarci della calunnia, e anche perchè è troppo sovente offesa in noi quella libertà di pensiero e di parola, che è una sacra eredità lasciataci dai nostri padri e dovrebbe essere una condizione inviolabile del nostro patto nazionale. Ma ogni anno, in questo giorno, noi rinnoviamo sinceramente il proposito di mantener sempre l'animo e la parola alti come la nostra Idea. Non è questo l'ultimo degli effetti benefici della festa del 1° Maggio. E noi confidiamo che questa festa sarà celebrata ogni anno con più serena dignità. Oh certo, essa sarà ben più splendida e più solenne nell'avvenire! E non sarà celebrata soltanto nelle strade e nelle assemblee; ma anche nelle famiglie, nelle quali tutte l'idea socialista finirà con lo stringere quei vincoli, che ora in molte rallenta, e spezza in alcune. Sarà il giorno in cui le coscienze e i cuori restii, vinti da lento lavoro della ragione e dalla forza degli avvenimenti, faranno atto di dedizione e di riconciliazione con le persone amate; il giorno in cui il padre dirà al figliuolo:—Sì, figliuol mio, sei tu che hai ragione, sei più buono e più giusto di me, non son più soltanto tuo padre, sono un tuo __compagno__;—il giorno in cui la moglie dirà al marito:—T'ho contrariato, perdonami; non ti comprendevo, ora ti comprendo; e tutta l'anima mia è con te e per la tua causa;—il giorno in cui la madre dirà a suo figlio:—Mi arrendo; vedo ora dov'è la verità e la giustizia; la tua festa del 1° Maggio sarà d'ora innanzi anche la festa di tua madre.—Sì, sarà forse lontano, ma questo giorno verrà. Noi lo crediamo come crediamo che la terra germina sotto il raggio del sole. Crediamo che il 1° Maggio resterà e ingrandirà negli anni e nei popoli, e che dopo aver redento il lavoro ucciderà la guerra, e che dopo aver confuso le classi affratellerà le nazioni, e che sarà benedetto dalle generazioni venture come una delle date più fauste e più gloriose della storia del mondo.
Torino, 1896.
V.
Per Giuseppe Garibaldi
(Commemorazione popolare).
Invitato a commemorare Giuseppe Garibaldi in questo giorno nel quale ogni cuore italiano risente più viva la tristezza d'averlo perduto, non terrò un discorso ampio e ordinato dell'opera e della funzione storica compiuta da lui, poichè nulla o poco oramai ne rimane a dire che non torni superfluo a un uditorio di italiani colti. Parlerò il linguaggio facile e caldo del patriotta, che, invece di dissertare sul passato, lo risuscita, lo rivive e lascia andar tutta l'anima all'onda degli affetti e delle memorie. Spero, così parlando, di consentire alla disposizione d'animo dei miei uditori, ai quali non parrà forse occasione opportuna d'un ragionamento pacato il primo anniversario di una morte compianta. In ogni modo io chiedo perdono a voi del mio ardimento, come già l'ho chiesto, dentro al cuore, alla memoria augusta e amata, a cui consacro le mie parole.
La miglior prova della grandezza di Garibaldi è questa: che nessuna narrazione, per quanto diffusa e eloquente delle sue avventure e delle sue gesta, potrebbe aver mai la efficacia che ha la esposizione brevissima e nuda dei sommi capi della sua storia.
Concedetemi di farne qui l'esperienza, a modo d'esordio, con quella semplicità che è una forma di rispetto per l'altezza dell'argomento e con quella rapidità precipitosa che il cammino lunghissimo impone.
Nasce a Nizza, nel 1807, figliuolo di un modesto capitano di mare, e comincia la vita, si può dire, con due atti eroici: a otto anni, salvando da una gora una donna che annega; a tredici, salvando una barca di compagni dal naufragio. Adora il mare, s'imbarca mozzo in un brigantino, viaggia in oriente. A diciassett'anni va sulla tartana del padre a Fiumicino, e visita la prima volta Roma, dove, tra l'entusiasmo patriottico per le grandi memorie, gli balena la prima idea dell'incanalamento del Tevere, che propugnerà cinquant'anni dopo, con ardore ancor giovanile, nella Capitale d'Italia. Continua i viaggi, è più volte assalito e depredato dai pirati, si riduce povero a Costantinopoli, dove s'ammala, e fa il precettore di ragazzi per vivere. Poi, ritornato a Nizza, divenuto capitano di bastimento, riprende le navigazioni ardite e avventurose, con le quali principia ad acquistar fama e simpatia; tanto che ad ogni suo ritorno gli corre incontro sul molo una folla di popolo, a festeggiarlo, a rallegrarsi con lui, che onora sui mari e fa onorar nei porti d'Italia e di Francia il nome della sua città nativa. Tale è l'alba della sua gloria.
In uno dei suoi viaggi in levante ode parlar per la prima volta della «Giovine Italia», e, tocco dalla fiamma che lo arderà fino alla morte, tornato appena in Europa, si presenta in Marsiglia a Giuseppe Mazzini, si ascrive all'associazione, si vota per sempre alla patria. Recatosi in Liguria, si mette all'opera, stringe relazione coi più arditi patriotti, si arrola semplice marinaio nella flotta regia per far propaganda fra gli equipaggi e cooperare con essi al moto imminente di Genova. Falliti questo e il moto di Piemonte e la spedizione di Savoia, ripara in Francia, è arrestato, riesce a fuggire, è condannato a morte, prende altro nome, s'imbarca secondo in un brigantino, e dopo aver salvato dalle acque un giovinetto nel porto di Marsiglia, salpa per l'oriente. Ma, tediato della vita mercantile, s'assolda nella flottiglia del Bey di Tunisi, e scontento anche del nuovo stato, butta via la divisa, ritorna a Marsiglia desolata dal colèra, si fa infermiere negli ospedali, compie l'opera pietosa fin che dura la morìa, e non vedendo luce d'aurora in Italia, s'imbarca sopra un bastimento di commercio e parte per l'America.