La donna si riaccostò e reggendogli la nuca con una mano, gli mise la tazza alla bocca.
Nella strada passò un branco di bestie scalpitanti; passò un vaccaro che cantava a squarciagola. La campana annunziò solennemente il finire del giorno, e tutta la stanza si empì di onde sonore.
Poi vi fu un silenzio quasi sepolcrale.
Galosso supino, col capo abbandonato, con le ginocchia un po’ sollevate, brancicava nel vuoto e stravolgeva in qua e in là gli occhi spalancati; dopo un poco li fissò sull’uscio semiaperto e disse prima piano, poi forte:
— Avanti!... Avanti!
Gli astanti si voltarono e non videro alcuno.
In un subito il misero balzò a sedere con un viso lieto e premuroso, con le braccia aperte, come a una persona aspettata e desiderata; poi fece cenno a Candida di approssimare una sedia, l’offrì garbatamente all’amico invisibile, e prese a interrogare e a rispondere brevemente, ma sempre con molta significazione di affetto.
A notte chiusa, Roberto e Tomatis si alzarono, offrirono i loro servigi alla donna, e si ingegnarono ancora d’infonder coraggio nel malato con parole di speranza e con atti amorevoli. Galosso continuava a farneticare, dimenando le mani come un predicatore; ma quando li vide avviati, li richiamò e additò loro la sedia con la quale stava parlando.
— Come! — diss’egli con voce ferma e severa. — E a Baino niente? Neanche un saluto al nostro buon Baino, che è venuto a pigliarmi?