— Per amor del cielo! — esclamò Tomatis.
— Che imprudenze! — gridò Galosso, dimenandosi come un ossesso. — Niente imprudenze! Io non ho più assaggiato il vino da... da un secolo... Vo’ dire da un mese. E non lo assaggierò mai più. Mai più vino, mai più birra, mai più liquori! Però voglio vedervi ancora una volta col bicchiere in mano. Un’ultima volta! È un piacere, è una carità che mi fate!
— Amen! — disse Tomatis, cedendo. — Accettiamo, ma a patto che il vino sia leggiero: un dito d’un vinetto qualunque, tanto per spegnere la sete...
Quando si vide esaudito, il povero segretario agguantò la sua tazza di decotto, l’alzò, e gridando: — Viva noi! — si sbrodolò allegramente la faccia e la camicia.
Dopo ciò, prese a vociare, a smaniare, ad agitarsi. Ora si rasserenava, gongolava, mostrava di riconoscere gli amici, il luogo dove era; ora si rannuvolava, imprecava e diceva cose vane e contro ragione. Di quando in quando buttava le gambe fuor del letto, come per alzarsi, e i due uomini duravano fatica a rattenerlo.
Candida lo guardava con occhi pieni di tenerezza e di dolore, e non si discostava più: a ogni momento bisognava accomodare il guanciale, rassettare le lenzuola, riadagiare e rinvoltare il delirante, bagnargli la bocca.
La luce veniva mancando. Era l’ora che infiacchisce l’animo ai sani; accora, sbigottisce e abbatte gli infermi.
— Lume! — disse Galosso.
Candida accese una candela ch’era sul cassettone.
— Via! — ripigliò il malato. — Levala via. Non vedi che la combatte il vento? Mettila sul tavolino... Così. E adesso dammi da bere. Mi sento ardere; non ne posso più.