— Ecco — disse tra sè, — si muta l’aria alla camera, segno che il malato sta meglio.
Ma non appena ebbe pensate queste parole, ne risentì come uno spavento.
— E se invece... Oh, non è possibile! Diavolo! da ieri sera... Non è possibile, non è possibile.
Combattè, respinse l’idea nera che s’affacciava alla mente, e si accostò alla porta.
Era chiusa.
Picchiò prima con le nocche delle dita, poi col martello. A quel suono risposero di dentro pianti e lamenti, e dopo un poco giunse Tomatis disfatto, stravolto, verde come un ramarro.
— Ah! — singhiozzò con voce soffocata. — Però ha sentito anche lei, eh? Tifoidea benigna. Un corno! Fulminante doveva dire quell’asino birbone!... E adesso venga su, venga a vedere, venga a vedere.
XXI.
Quattro interminabili giorni di pioggia dirotta e continua.
Roberto leggeva o disegnava nel suo studio; passeggiava nelle stanze terrene; saliva a strologare il tempo da un abbaino, di dove non scorgeva che aria torba, solcata da miriadi di piccole strie inclinate e lucenti; e di quando in quando scendeva pure a sentir le chiacchiere dei contadini raccolti sotto la tettoia.