Correvano brutte notizie. La pioggia cadeva strabocchevole specialmente dalla parte delle montagne; i fossati e i torrentelli recavano troppo ampio tributo di acque alla Baraschia e ne accrescevano spaventosamente la furia. La corrente scendeva a precipizio dall’alta valle, devastando i coltivati, portando via le piante e gli armenti, rapinando per ogni dove. Venendo su Riverasco con potentissimo urto, aveva abbattuta la porta detta della Maghelona e gran parte delle mura; il ponte minacciava rovina; il sobborgo della Madonna era allagato, e l’antica chiesa aveva l’acqua fin sopra gli altari.

Anche il lento, il placido Gamberetto aveva rotto in più luoghi, inondando largamente i campi tra Casaletto e Bornengo: il servizio postale era sospeso, e non si sapeva più nulla degli abitanti della cascina La Torrazza, con i quali non si poteva più comunicare.

— Ecco — diceva Giovanna, — la Baraschia è sempre in bestia, il Gamberetto non ha finito d’alzare; questo è proprio un secondo diluvio.

— Niente paura — brontolava Rocco, da buon filosofo, — dopo un tempo ne viene un altro. Giuraddiana!

— Già, già — ripigliava la moglie, — vedrete che la Baraschia e il Gamberetto si congiungeranno qui al Fortino, dove siamo noi.

— E noi andremo in barca! — esclamava Giacomo.

— Bisognerebbe averla la barca! — osservava Felice.

— Abbiamo il tinone che è grosso come un bastimento.

— Zitto, zitto, mammalucco — susurrava la madre. — Con l’acqua non si scherza; strascina via tutto: case, bestie, cristiani... Menica Gorla ha visto passare tre vacche e due buoi ancora legati alla mangiatoia.

— Ma Stefano Pron ha visto ben altro! — gridava Felice. — Ha visto una culla con dentro un bambino; un bambino che gemeva, vagiva, strillava...