— L’ha detto a te? — chiedeva Giacomo.
— L’ha detto a me.
— Quando?
— Ieri sera.
— To’, e ieri mattina parlava d’un gatto!
— E ci sarà stato anche un gatto! Un gatto e un bambino. Non è mica impossibile? Dica lei, sor padrone...
Il padrone ascoltava, taceva e pensava.
Pensava quasi continuamente al chiattaiuolo e a sua figlia. Durante il giorno, sempre li immaginava sani e salvi, rifugiati in luogo sicuro; ma sul far della notte cominciava a turbarsi, sentiva vergogna di trovarsi così fidatamente, così mollemente ricoverato, mentre la fantasia gli rappresentava Michele e Susanna ora derelitti nella loro casuccia assediata dai cavalloni spumanti che minacciavano d’ingoiarla, ora ritti come due spettri in mezzo alla chiatta sconquassata, abbandonati alla commossa superficie dell’acqua.
Quando era a letto, i vari rumori della notte tempestosa aggravavano la sua inquietezza, rendevano anche più tetri tutti i suoi pensieri. Si rivoltolava lungamente prima di prender sonno, poi non aveva altro che sogni stravaganti e paurosi; si destava di sobbalzo, come all’annunzio di una sciagura imminente, inevitabile, e gli pareva davvero di sentire la romba delle acque irrompenti, strida e urli di morte in lontananza.
Venuto il giorno chiaro, si quietava di nuovo, si rinfrancava, tornava a fare assegnamento certo sull’avvedutezza, sulla prudenza e sul coraggio del chiattaiuolo: