— Eh, diavolo! Michele non è uomo da lasciarsi cogliere dalla piena. D’ora in poi non mi voglio più confondere, non mi voglio più angustiare...

La mattina del quinto giorno il diluvio divenne pioggia, una pioggerella cheta e minuta, che verso il tocco cessò. I nuvoli cominciarono ad alzarsi e a diradare, lasciando più qua e più là trasparire il sereno sbiadito e sfumato, e la spera del sole velata, offuscata, priva di ogni possanza.

Roberto prese il cappello, il bastone e s’avviò verso la Baraschia. Si avviò in fretta, ma ben presto gli convenne rallentare il passo.

Dai prati e dai campi allagati sgorgavano sulla strada innumerabili rigagnoli, che empiendola di fango e di pozzanghere, la rendevano tutta malagevole e, in certe parti più basse, pressochè impraticabile. A tendere l’orecchio, si sentiva un rumorìo ampio e incessante, prodotto da tutte le acque che gorgogliando, strosciando, sbraitando fuggivano alla china per l’estesa campagna. Le rondini erano tutte fuggite. Le passere, posate con l’ali basse sulle vette degli alberi e sui ramoscelli spogliati, aspettavano bisbigliando che l’aria asciugasse loro le piume. L’erbe piegate o coricate, le fronde impregnate e pendenti, parevano stanche, spossate dall’aspra lotta sostenuta in quei giorni.

Piede innanzi piede, affondando spesso a mezza gamba, Roberto arrivò ad una specie di lago giallastro e melmoso, fatto dalla Baraschia, che traboccava da quella parte con abbondanza e con impeto; a due tiri di schioppo, nel filone della corrente, passavano tronchi travolti, rami schiantati, mucchi di foglie e di strame, mille cose morte ed informi. La chiatta era sull’altra riva, vuota ed inoperosa; dalla casupola, biancheggiante tra gli alberi, si alzava una colonnetta di fumo cerulo.

Contemplando quel tenue indizio di vita sotto quel cielo mesto, in mezzo a quella campagna stranamente disertata, Roberto si sentì immalinconire l’anima così amaramente, che durò fatica a tenere le lacrime. Ah! gli pareva una cosa tanto ingiusta, tanto crudele che Susanna, nata forse per vivere agiatamente, signorilmente, dovesse abitare quella meschina catapecchia!... Di chi era la colpa? Di nessuno. Il destino voleva così, e bisognava rassegnarsi... Intanto essa era là, dall’altra parte di quel torbido pelago, simbolo di tutti gli ostacoli reali o immaginari che separavano le loro esistenze... Quando l’avrebbe riveduta? Chi sa! Forse mai più. Perchè? Non sapeva. Una voce gli susurrava dentro: — Tu non avrai mai la facoltà d’operare secondo che ti detta la ragione, secondo che ti detta il cuore. Volere è potere. Ma tu non potrai mai. La tua volontà è volubile, variabile, stanca, e si piega al più leggiero soffio di vento...

Laggiù, sul tetto della casupola, la piccola colonna di fumo ondeggiava, vacillava, si torceva, come se anch’essa fosse alle prese con una forza occulta e nemica.

XXII.

Avanzava un’ora circa di giorno; e Roberto invece di tornare direttamente al Fortino volle passare dal villaggio; aveva bisogno di veder gente, bisogno di parlare con qualcheduno, quasi per persuadersi che non era circondato da una solitudine desolata e senza limiti, che non era rimasto unico superstite sulla terra.

Dietro le sue spalle il cielo si veniva sgombrando pigramente; di fronte, la nuvolaglia biancobigia si spandeva, si riuniva, girava per il campo immenso, trasfigurandosi in mille maniere.