Arrivato al piccolo camposanto di Casaletto, dove riposavano le spoglie mortali di Baino e di Galosso, prima si soffermò, poi si avvicinò pianamente al cancello; questo pareva chiuso e non era; mentre egli vi si appoggiava, come per concentrarsi in sè stesso ed evocare pietosamente le immagini dei suoi due conoscenti, girò, cigolando, sui cardini e si aprì.

— Grazie tante, la non s’incomodi — mormorò Roberto, indietreggiando con un certo ribrezzo. — Un’altra volta se mai... Oggi non rispondo ancora all’invito.

E tirò di lungo.

Sotto il portico del comune, stavano a crocchio le persone più ragguardevoli del paese. Vedendo passare Roberto, lo salutarono garbatamente; e il sindaco gli domandò se veniva per prendere la posta. Il giovane signore crollò il capo.

— Meno male — ripigliò Antonio Luvotto; — perchè manca anche quest’oggi. Niente lettere, niente giornali. Siamo assolutamente al buio di tutto quel che avviene in Italia. Anzi nel mondo. È una cosa incredibile. Il papa potrebbe essere andato tra’ più, e noi...

— E perchè il papa? — interruppe il parroco. — Perchè proprio il papa e non qualche altro? Sì, dico, qualche altro gran potentato?

— Oh bella! Perchè il papa è vecchio.

— Caro mio, la morte non guarda in bocca.

— Vero — osservò un altro; — oggi in figura, domani in sepoltura.

— Evviva l’allegria! — pensò Roberto; e traversata la strada, entrò nella bottega dirimpetto.