Il maestro Tomatis, che stava a chiacchera con la tabaccaina, gli balzò incontro facendogli festa.

— Oh come sono mai contento di rivederla! È un secolo... Bravo! Ma bravo? Cosa desidera? Sigari toscani, romani, Virginia, Cavour... Chieda e domandi, c’è d’ogni ben di Dio. Non è vero, Vittoria? D’ogni ben di Dio. Eh, ma lei non fuma che sigarette! Ciascuno ha i suoi gusti. Bene, bene, faccia la sua compra, poi discorreremo.

E infatti ricominciò appena furono in istrada.

— È venuto a piedi? Oh si vede! Madonna santa, com’è conciato! Deve avere camminato di molto. È stato alla Baraschia? Un mezzo mare, eh? Ha visto la chiatta? Sarà sfasciata, distrutta? No! Meno male, temevo... Sarà armata in va e viene? Nemmeno? Si capisce. Questa è una inondazione; una vera inondazione.

Tacque un momento, poi soggiunse tristamente:

— Ah! se Baino e Galosso avessero almeno potuto veder questo!

— Buona notte — disse Roberto, porgendogli la mano.

— Come? — esclamò il maestro, trattenendolo. — Mi pianta così? È ancor tanto presto. Non ha mica fretta? E dunque? Animo, gradisca un bicchierino. Non sto lontano, sa. Lei vede il Cavallo Grigio?... Bene, un trar di pietra più in là, in faccia alla casa della levatrice.

— Grazie, grazie — ripeteva Roberto, nervoso; — vi prego a dispensarmi. Oggi non me la sento... Oggi è giornataccia.

— Amen! — mormorò Tomatis, non senza un po’ di stizza; — mi permetta almeno d’accompagnarla fino in fondo al paese...