— Ottimamente!!!
XXIII.
All’Ill.mo signor Roberto Duc.
S. M.
Casaletto, 15 ottobre.
Ill.mo Signore,
L’altra sera ci siamo separati in un modo un po’ diverso dal solito; temo ch’Ella mi abbia preso a noia, e non oso più venire al Fortino.
Eppure non può credere quanto io desideri di ritrovarmi con Lei! Non mi vergogno a dirlo, dal giorno in cui Galosso è passato all’altra vita, non ho più avuto un momento di vera allegria. Quando la S. V. Ill.ma tornerà in città, io resterò solo come un cane. Pensando a questo, mi ricordo della sensazione che provavo da bambino, quando mia madre, dopo avermi coricato, se ne andava col lume. Ora mi rannicchiavo, ora balzavo a sedere sul letto; tendevo gli orecchi, e tutt’a un tratto vi mettevo dentro le punte dei due indici; chiudevo gli occhi per non vedere il lupo, il babau o le streghe, e li spalancavo subito perchè mi si gelava il sangue.
L’idea della sua partenza risveglia in me non solo la memoria delle mie paure infantili, e di certi terrori che mi assalirono in circostanze speciali, ma anche tristi presentimenti e pensieri penosi, che mi ronzano intorno come uno sciame di mosconi arrabbiati. Qui lei potrebbe, dire: — Che allocco! Cosa importa a me delle sue fantasticaggini! Voglio spendere il mio tempo dove e come mi piace. — E avrebbe non una, ma diecimila ragioni.
Contuttociò io faccio un cuor risoluto, e la prego e la riprego di rimanere al Fortino fino alla metà del mese venturo. Ouf! Ecco fatto! Lo scrivere questo mi ha proprio sollevato: mi pare d’aver dato sfogo a un affare di grande, di suprema importanza. Qui lei fa una spallata e pensa: — Ma è matto! — Ebbene no, non ho mai avuta la mente tanto lucida come in questi giorni; e non sono niente contento, stavo meglio quando l’avevo più ottusa. Torniamo all’argomento.