L’osteria del Cavallo Grigio è posta nella più bella strada di Casaletto; l’architettura è molto semplice, anzi semplicissima, ma nel mezzo della facciata, tra l’uscio e il portone, si vede effigiato una specie d’ippopotamo di color ferrigno, pomellato di bianco, focosamente eretto di contro a un esile stalliere, tutto giallo; il quale, alzando enfaticamente le braccia, par che esclami le parole scritte per l’appunto al di sopra: «Oh berechen caval».

Entrando, si trova prima una stanzuccia nera e affumicata: la cucina; poi uno stanzone assai sfogato, nel quale si mangia, si giuoca e sopratutto si beve; v’è un uscio a vetri, che mette in cortile, una grossa stufa, tre o quattro fra tavole e tavolini, e un vecchio curioso biliardo, una cosa da museo, che i frequentatori sono assuefatti a veder sempre coperto, e spesso ingombro di ceste, fagotti, ciarpe od attrezzi.

Ora avvenne che sul principio d’una bella sera, il maestro Ponzio Tomatis entrò nell’osteria, certo di trovarvi già il segretario Pietro Galosso, col quale soleva bere un bicchiere e far la partita alle carte. Dalla soglia della cucina dava un’occhiata per vedere se vi fosse l’oste o l’ostessa, quando sentì il tac tac secco di due palle d’avorio che cozzavano insieme.

— Ehi, ehi! — fece egli a tutta voce, come quando coglieva i ragazzi a manomettere qualche masserizia scolastica. — Chi è che tocca il biliardo? Aspettate, che vi accomodo io!

Entrò nello stanzone, atteggiato comicamente a minaccia, ma invece di vedere quel fatticcione d’un sor segretario, seduto a un tavolino col bicchiere dinanzi, vide un bel signore che si divertiva a far correre le palle.

Tomatis rimase a bocca aperta; lo sconosciuto alzò la testa, guardò, poi sorrise: il buon maestro aveva una di quelle facce fresche e ridenti che piaciono alla prima e mettono di buon umore.

— Caldo eh? — osservò Tomatis, dopo un poco, e tanto per dir qualche cosa.

— Caldo molto.

— Qui però si sta bene.

— Si sta benissimo.