— Non c’è riverbero, ecco; nel cortile il sole non batte che un po’ dopo pranzo; di là da quel murettino, c’è l’orto, la gora del mulino, poi subito le praterie del sindaco. Sicuro... A quel che vedo lei giuoca anche da solo?
— Mi trastullavo... Vuol fare la partita con me?
— Io? Si figuri! Ma c’è un guaio: non so fare.
— Davvero?
— Non so fare; non giuoco che alle carte e un poco ai tarocchi.
Il maestro parlava con la voce e col contegno di uno che per cedere, aspetta e desidera di esser pregato.
— Imparerà — ripigliò lo sconosciuto con brio. Gli mise la stecca in mano e cominciò a insegnargli: — Così: il pollice alto, le altre dita stese; faccia il ponte per bene; e poi miri, miri diritto, miri giusto... Bravo! al primo tiro ha preso la palla. Riesce benissimo, basta che si eserciti.
Intanto il segretario Galosso era comparso sull’uscio, e girava sui giuocatori uno sguardo in cui erano misti la curiosità, la maraviglia e il dispetto. Dopo un poco, vedendo che non si badava a lui, traversò lo stanzone, uscì nel cortile e prese a cercar l’oste e a chiamarlo con voce stentorea.
Baldassarre Baino attendeva a irrigar l’orto, aiutato dalla moglie, un vero gendarme, e frastornato da un suo ragazzetto, vispo assai più del bisogno.
— Presto! — disse il segretario accostandosi. — Che roba è quel signore che giuoca con Tomatis?