— Oh santo Dio! Cosa vuoi che ti dica? Distinguo, ecco, distinguo: se intendi dire che mi è simpatica, che mi piace, sta bene; ma se intendi...

— Ti domando se ne sei innamorato.

— Innamorato? Per tua regola, non lo sono stato mai.

— Però le fai la corte.

— Questo non vuol dir niente.

Il viso di Raimondi cambiò ancora.

— Come? — esclamò. — Non vuol dir niente? Ma vuol dir tutto! Perdonami se ti parlo a questo modo, in questo tono, ma non misuro più le cose. Lo vedi, eh, che non misuro più le cose? Ma poichè ho cominciato, lasciami finire. Ti dico ciò che mi pesa, ciò che mi punge. Sarà quel che sarà. Ci conosciamo da tanto tempo! Siamo stati a scuola insieme; allora eravamo amici, molto amici, poi a poco a poco il destino ci ha separati. Separati no, dico male, ci siamo sempre veduti, ma... Via, la vita è la vita. Però non c’è stato nulla di violento tra di noi, nulla d’amaro. Tu ti sei messo a lavorare; io sono rimasto uno sfaccendato. Tu sei celebre, oramai; io invece... Lasciami dire, lasciami dire. È la pura verità. E non mi hai in nessuna considerazione. Voi altri uomini di ingegno siete tutti così: disprezzate i mediocri, perchè la natura non li ha favoriti. Non ridete d’un guercio, d’un gobbo, d’uno sciancato, e ridete spesso spietatamente di noi! Ma non è colpa nostra se... Lasciami parlare, lasciami sfogare: dopo sarò più tranquillo... Vedi, io sento la mia disgrazia, e questo è terribile. Dio sa se vorrei distinguermi, segnalarmi, levarmi a volo... ma ho le ali spennate. E l’è dura. In conclusione: tu sei infinitamente più ricco e più felice di me.

— Non capisco.

— Tu hai tante cose, io non ne ho che una, una sola, e vivo torturato dal timore di perderla. Se la perdessi...

Gli mancò la voce. Si mise a camminare nervosamente su e giù, a capo chino; a un tratto andò a guardare uno studio a pastello appiccato al muro, e rimase immobile.