— Zitto! Non dica bugie: io le detesto. E sarei arrivata prima, se sotto i portici (cosa mai mi è venuto in mente di passar sotto i portici!) non mi fossi intoppata in un amico, un amico di casa, che m’ha voluto accompagnare ad ogni costo.
— Enrico Raimondi — disse Caimi, spensieratamente.
La signora Emma si voltò di schianto, gli piantò gli occhi in viso.
— Toh! — esclamò. — Come fa a saperlo?
— Eheh! lo immagino.
— Ebbene lei sbaglia. Raimondi non c’entra, non c’entra proprio. Ho detto un amico di casa. In casa nostra non ci viene solamente Raimondi. Potrei aver incontrato Bianchini, o Perlasca, o il tenente Scarano. Che ne sa lei?
— Io non so niente...
— Dunque taccia. Andiamo avanti. Sa come ho fatto per levarmi d’attorno quell’importuno? Sono andata dalla mia sarta. L’altro insisteva; voleva aspettar sotto. Gli dichiarai che avevo da provar tanta roba, e che mi sarei trattenuta Dio sa fino a quando. Non ho fatto altro che salire e discendere. Non l’ho più visto, ma mi rimane tuttavia qualche dubbio che invece d’allontanarsi non m’abbia seguìta!
Caimi tacque; aveva sempre l’immagine di Raimondi fissa nel pensiero.
— Adesso vado via — ripigliò la signora, dopo un momento.