— Oh! — fece il pittore. — E perchè?
— Non sono tranquilla, non sono punto tranquilla.
— Diavolo!...
Ella si alzò, fece alcuni passi verso l’uscio, poi tornò bruscamente indietro.
— Ma guardi! — esclamò. — Me ne andavo senza vedere il suo quadro; il suo capolavoro!
Lo chiamava anch’essa così!
Il pittore la fece sedere sul divano, e girò premurosamente la tela, in modo ch’ella potesse considerarla a tutto suo agio.
La signora diede in una esclamazione di schietta maraviglia; quindi, dopo essere rimasta alquanto assorta nella contemplazione dell’opera, accennò al pittore di sederle vicino e gli fece animatamente alcune osservazioni, le quali provavano ch’ella non difettava affatto nè di sentimento nè di vero gusto d’arte. Caimi beveva la lode; e intanto l’emanazione sottile, soave, fragrante del bellissimo corpo gli penetrava nel cervello insidiosamente, e glielo infocava.
— Dio! — continuava la signora, con sempre maggior entusiasmo. — Che bellezza! Siete un grande artista, Caimi, siete un grande artista. Vi farete onore, ed io ne sarò felice, tanto felice! Lo credete, eh? Come son contenta d’essere venuta! Come son contenta d’essere qui! — La sua voce divenne languida, piena di espressione: — Oh! — mormorò ancora, affissandosi nel giovinetto dipinto. — Com’è bello! Troppo bello! Par vivo. Adesso basta. Lo volti dall’altra parte, lo volti. Ne ho suggezione...
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