Battista uscì, e Caimi si diede una fregatina di mani. L’idea di andarsene, nata lì per lì, accomodava tutto, conciliava il gran bisogno ch’egli sentiva di svago e di riposo, con la necessità di non lasciarsi trovare.

***

Durante i preparativi della partenza, Caimi cambiò pensiero.

— Che Milano d’Egitto! Troppo vicino, troppo vicino: non mette conto di muoversi. Perchè non andrei a Parigi? Una diecina di giorni a Parigi? L’amico Rosati mi vedrebbe con tanto piacere!...

E partì per Parigi.

Vi restò due settimane; visitò gli studi di parecchi artisti, frequentò i musei, andò attorno per la città di giorno e di notte, ora solo, ora in allegra compagnia, dimenticò Raimondi, e dimenticò anche più presto e più facilmente la signora Spinelli. (Parigi gli parve pieno di signore Spinelli...). Poi un bel giorno si sentì risvegliar dentro il diavolo dell’arte, e provò una gran bramosia di rivedere il suo quadro e confrontarlo mentalmente con quelli che aveva ammirati e studiati.

Prese congedo da Rosati, dalle nuove conoscenze maschili e femminili, e si rimise in viaggio.

Arrivò a Torino nel pomeriggio di una tepida e chiara giornata di febbraio; trovò il fido Battista che, avvisato da un telegramma, lo aspettava alla stazione.

— Niente di nuovo? — domandò quasi ansiosamente, dandogli la coperta e la valigia.

— Niente, no, signore.