Caimi prese le carte e cominciò a guardarle distrattamente l’una dopo l’altra: erano annunzi, partecipazioni, circolari scadute e senza importanza; alla fine non restò più che una grossa busta listata di nero. Aperse anche quella e lesse:
Enrico Raimondi
cessava improvvisamente di vivere oggi...
Sentì come un vuoto nel capo, un subito mancar del pensiero; sgranò tanto d’occhi in faccia a Battista.
— Già — mormorò il servitore, — questa è arrivata il giorno dopo la sua partenza. Avrei fatto bene a mandargliela, eh?
— Basta; va via.
Battista scomparve.
Caimi cadde sopra una sedia, incrociò le braccia, chinò il capo sul petto. Quanto tempo sia rimasto così, non lo seppe mai. Repentinamente il bisogno di prendere ragguagli, di acquistare notizie, lo punse, lo saettò; diede ancora un’occhiata al foglio funereo, e discese le scale. Mentre usciva in istrada, passava una vettura vuota. L’arrestò con un gran gesto furioso, e vi si cacciò, gettando al vetturino l’indirizzo di Enrico Raimondi.
La giornata finiva quieta e serena; le strade erano piene di gente che andava e veniva. Cammin facendo Caimi guardava a destra, guardava a sinistra, febbrilmente, smarritamente, cercando di mettere in sesto i pensieri.
— Raimondi è morto — diceva tra sè; — questo è certo, non posso aver dubbio, non posso credere a un errore, è impossibile che si tratti d’un altro, che si tratti d’un omonimo. È finita, è morto... Sì, ma come? È questo ch’io voglio sapere, è questo, è questo!
La vettura rallentò il corso, si fermò. Il pittore saltò a terra, entrò sotto il portone, andò rapidamente fino al cortile e tornò indietro pian piano. Che fare adesso, che fare? Rivolgersi al portinaio? Salire addirittura al quartierino abitato dal defunto? Gli pareva di dover prendere una decisione d’un’estrema gravità.