Attraversai il giardino in tre salti, e rientrai nel salotto; la fosca impressione svanì come per incanto. Presi una buona tazza di camomilla, diedi una scorsa ai giornali arrivati nella mia assenza, e andai a letto.
Dormii d’un sonno profondo e continuo fin verso le otto; appena svegliato, ricordai quello che mi era accaduto, e le prime parole che si formarono nella mia mente furono: «Come si fa a essere così bestia?!»
Mi alzai e corsi subito allo stanzone. Era quale l’avevo sempre veduto: le pareti coperte d’impronte e di modelli in gesso, trucioli a terra, ferri sul banco. Sul banco c’era pure il cofano, ritornato sano ed intero. Rimasi sbalordito; mi maravigliai di non essermi avvisto prima che somigliava in tutto e per tutto a un certo bahut lorenese, che io avevo infinitamente ammirato e invidiato al Musée de Cluny. Non mi stancavo di pascer l’occhio nella contemplazione di quella, che ora poteva dirsi una vera opera d’arte; e intanto aspettavo che giungesse Bonadeo, al quale volevo fare di grandi elogi. A un tratto mi raccapezzai. Per bacco! Era domenica, giorno di riposo! Toh, e poi egli aveva terminato il suo lavoro! E ancora: egli non sapeva ch’io ero tornato. Potevo ben aspettare!
Pochi minuti dopo trottavo allegramente verso via dei Fiori. Arrivato alla cantonata, vidi venire avanti un carro funebre, seguìto da tre o quattro persone: il carro e l’accompagnamento dei poveri. Un uomo, ritto a gambe larghe sulla soglia della sua bottega, rispondeva a una vecchia, che si era soffermata: — Già, portano via il legnaiuolo che stava su al numero 52. Un mingherlino coi capelli lunghi e la barba corta: lo chiamavano l’artista. Si figuri, ventisette anni! E lascia la madre, ch’è paralitica!
Il sangue mi diede un tuffo, le ginocchia mi mancarono sotto; fu un primo momento; al secondo, mi levai il cappello e mi unii al convoglio.
Quando tutto fu finito, tornai in via dei Fiori. Volevo sapere. La madre non aveva più senso di nulla: era una vista che strappava il pianto dal cuore. Interrogai una vicina. Bonadeo si era sentito male, aveva delirato un giorno e una notte, e poi addio! — Bisognava vedere come smaniava — mi diceva colei, — come si disperava per non poter dar l’ultima mano a un certo lavoro!...
Una parola, e finisco. Ho pigliato un abbaglio? È stata un’allucinazione?... Così sia. Intanto il cofano è ancora nello stanzone, e non so quando avrò il coraggio di farlo tramutare in casa. Di giorno, rimugino continuamente sovra questa faccenda: è un pensiero scuro, stizzoso, impotente, un vero martello. Di notte, mi desto di sobbalzo, salto giù dal letto e mi affaccio alla finestra, ansioso e timoroso di vedere il lume, quel tal lume. Qui sta l’affare. Hai capito? Animo, di’ su la tua.
Parlava come un uomo seriamente angustiato. Gli dissi:
— Ti risponderò con le parole di Amleto.
— Come c’entra Amleto?