Come l’ebbi a Torino, nello stanzone, mandai a chiamare Bonadeo. Egli venne e andò in estasi: — Oh Signore! Che roba, che roba, che fior di roba! — E girava intorno pian pianino, considerandolo ora da una parte, ora dall’altra, battendo dolcemente le nocche sul coperchio, palpando i fianchi, tastando gli spigoli: pareva un medico che esaminasse pazientemente e amorevolmente un infermo. Poi mi dichiarò che non vedeva il momento di por mano al restauro; e stavolta voleva superare sè stesso, voleva farmi strabiliare; per questo mi supplicava e scongiurava di non entrare nello stanzone per qualche tempo, di non cercar di rivedere il cofano finchè non fosse addirittura ultimato.
Parlava tanto di cuore, con una forza così persuasiva, che io mi cacciai a ridere e promisi di contentarlo.
Pochi giorni dopo m’imbattei in lui, mentre uscivo di casa; mi disse subito, schiettamente, che il lavoro andava adagio, perchè più difficoltoso e delicato di quanto avesse creduto; oltre a ciò, qual che si fosse la cagione, gli si era messo addosso un mal essere generale, una prostrazione di forze, accompagnata da affanno e da una sensazione dolorosa che nasceva nel petto, dal lato manco, e scorreva acutamente per il collo, per tutto il braccio, fino all’estremità delle dita. Questo gl’impediva di fare, e talvolta persin di pensare. Un medico, che abitava nella stessa casa, affermava trattarsi di cosa nervosa e di poco momento; un altro, consultato più seriamente, aveva consigliato il moto, cibo carneo e vino buono. — Al vino buono ci penso io — gli dissi. — Conto di andar a passare sette od otto giorni con mia sorella, che sta in villa, nel cuore dell’Astigiano. Parto domani o doman l’altro. Lascia fare a me.
Gli mandai un bel barilotto di quel sincero e stagionato. Ricevetti una lettera, nella quale, dopo di avermi ringraziato con calore e premura, prendeva a parlarmi del cofano, promettendo cose grandi, impegnandosi di darmelo finito per il mio ritorno; e tutto questo con parole così appassionate e di tanta espressione, che ne rimasi colpito. Vidi chiaro che l’intensa applicazione della mente a quel lavoro sviava la sua attenzione da ogni altra cosa. M’impensierii un pochino, e quantunque conoscessi il mio uomo, quantunque sapessi che nulla l’avrebbe rimosso dalla sua fissazione, gli scrissi di andare adagio e di aversi riguardo.
La stagione era ancor buona, l’aspetto della campagna dilettava la vista e confortava l’animo: invece di una settimana restai fuori due.
Tornai a Torino un sabato sera, con l’ultimo treno, in ritardo di un’ora. Appena fui a casa, nel salotto terreno, domandai nuove di Bonadeo al vecchio Eusebio, il mio servitore factotum.
Eusebio pensò un poco. Eh sì, era un pezzo che non gli parlava: non passava mai dal cancello! Però, l’aveva visto entrar dalla porticina sull’imbrunire. Ma non sapeva più quando: gli pareva e non gli pareva...
In quel mentre io mi ero affacciato alla porta che mette in giardino e guardavo attonitamente verso il fondo: non sbagliavo, non travedevo, laggiù c’era un lume!
Mi venne in idea di fare una visita al mio infaticabile lavoratore; di lodarlo prima, sgridarlo dopo, e in conclusione mandarlo a dormire. Ma a pochi passi dallo stanzone mutai proposito; mi ricordai che avevo promesso di non entrare se non dietro invito, pensai alla sensibilità infantile, morbosa del giovane; e, invece di arrivare all’uscio, mi fermai alla finestra a mancina, che era semiaperta... (Per carità, non interrompermi: se mai, mi farai le tue obbiezioni quando avrò finito...) Dianzi ti ho detto che c’era lume? Sì, un chiaror strano, fioco, cinereo; una luce che appariva, spariva, e quasi non lasciava prender forma e colore agli oggetti. Bonadeo era lì, in mezzo alla stanza, a capo alto, diritto colla vita, le braccia distese lungo i fianchi, i piedi uniti; guardava fissamente il cofano posato sul banco, meditando qualche ritocco, e non si moveva. Non si moveva affatto affatto; e per di più mi pareva di scorgere nel suo atteggiamento qualche cosa di rigido, di marmoreo, di troppo composto. Che diavolo aveva? Due volte aprii la bocca per chiamarlo, per parlargli, e non ebbi fiato. Che diavolo aveva? Dormiva in piedi? Era in letargo, in catalessi, ipnotizzato? E la luce tremola, la luce palpitante di donde veniva? Mi rammentai in confuso d’aver letto, o inteso dire, che certe persone, per dono di natura o per effetto d’un regime di vita... da spirito celeste, acquistano una potenza quasi sovrumana, e la facoltà di manifestarla in diversi modi, fra cui quello di emanare un fluido luminoso, non so se elettrico o fosforico. Cose che fanno rizzare i capelli! Ma tutto è possibile al mondo: vedevo dunque col fatto ciò che mai non avevo voluto creder vero? E Bonadeo, che pareva non potesse o non volesse muoversi più!
Sentii come un gelo tra i panni e le carni; scorreva, stringeva, penetrava nel midollo dell’ossa. Era la paura, la paura pazza e balorda che ora stronca i nervi, ora mette in fuga, e può diventar tanta e tale da torre la ragione e la vita.