Qui l’amico accese una sigaretta, fumò un poco, e intanto si rannuvolò.
— Mah! povero Bonadeo! Era un giovane svelto, pulito, educatissimo, con una fisonomia tutt’altro che volgare; aveva la parola facile e ornata, e l’ascoltavo sempre con attenzione. Bisognava vedere come ardeva, come brillava tutto quando gli mettevo davanti qualche bella anticaglia, qualche buona trouvaille. E mai una parola, uno sguardo, il più lieve segno d’invidia. Nessuno spirito di gelosia. Nessuna idea meschina. Non era cantonné dans sa spécialité; comprendeva e ammirava tutto ciò che gli pareva insigne per eccellenza d’arte, per rarità o per antichità: statuette di bronzo, terre cotte, vetri, piatti, smalti, armi, merletti... Egli era intagliatore in legno di figura e d’ornato, ma io l’avevo consigliato a impratichirsi anche sul marmo, materia meno tenera, ma meno ingrata e scabrosa del legno. Non so se vagheggiasse l’idea di far propriamente l’artista... Basta, tiriamo via. Fatto sta che gli volevo bene; lo conducevo con me nei musei, gl’imprestavo i miei libri, le mie cartelle piene di stampe e di disegni. Nei primi tempi io mandavo le cose che avevano bisogno dell’opera sua alla sua bottega, in via dei Fiori; poi, fatto disporre convenientemente lo stanzone che sta in fondo al mio giardino, con fornello, banco e arnesi acconci, diedi a Bonadeo la chiave della porticina che risponde sulla strada: così egli poteva entrare a tutte le ore, senza passare dal cancello; e io andavo a far due ciarle e vederlo lavorare a mio piacimento. Là, s’era come in capo al mondo, e ti so dire...
Palmieri s’interruppe, si alzò, suonò per il domestico, ordinò il caffè.
Ricominciai a scartabellare il mio libro. L’amico pareva assorto nella contemplazione della tazza che gli fumicava davanti; d’improvviso mi posò una mano sul braccio:
— Senti; tu credi al maraviglioso, al soprannaturale?
— Io?... Nemmen per sogno.
— Allora, sia per non detto.
— Ho però un’idea, antiquata sì, ma grandiosa... Su via, tira avanti, raccontami tutto.
Carlo Palmieri vuotò la tazza in una sorsata, poi si lisciò la barba e ripigliò:
— Quest’estate, girondolando per le montagne, capitai in una valletta oscura, ignota ai viaggiatori, e quel che più importa, ai cercatori di antichità. Nella cucina d’un’osteria da cani, ebbi la fortuna di scoprire una cassa di quercia, una specie di cofano, di forziere... Prima metà del trecento, caro te!... È di forma rettangolare, ben proporzionato, molto nobilmente intagliato; ha il coperchio piano, con bellissimi fregi e dodici scompartimenti o medaglioni, in cui sono rappresentati soggetti erotici e cavallereschi; nella parte anteriore si vedono dodici guerrieri, diversi d’impostatura, di armi e di vestimento, collocati dentro altrettante nicchiette ogivali; nella base si fanno riscontro due mostri con le facce di toro e le ali di drago; sono ben rabescati anche i fianchi; la serratura è antica, i gangheri sono antichi... Quando l’ho comprato, mancavano qua e là braccini e gambette, il fondo era spaccato, il tutto deturpato da una crosta secolare, fatta di polvere appiastricciata e di lordume risecchito.