Giungevano l’uno dalla destra, l’altro dalla sinistra, e s’incontravano proprio davanti all’uscio del Cavallo Grigio. Il segretario entrò il primo, traversò la cucina senza aprir bocca, e passò nello stanzone. Il maestro invece si accostò all’oste, che stava strofinando il suo schioppo nel vano della finestra.
— Ci prepariamo, ci prepariamo — diss’egli. — È domani che si apre la caccia, eh?
— Domani, domani — rispose Baino.
— E... da che parte contate d’andare?
— Non so ancora. Un’annata cattiva come questa neanche i vecchi se la ricordano: nè quaglie, nè lepri, niente di niente. E poi... ve l’ho detto eh, che m’hanno rubato Drapò? Se trovo il ladro!... Ma intanto sono senza cane... Nel Campaccio però ci son molte tortore, e si raccolgono tutte sui noci che stanno in fondo, verso il boschetto. Finirò per andar lì. Monterò sur un gelso, che sia a tiro; mi nasconderò tra le foglie, e... pan! pan!
Galosso, stufo di star solo, si agitava, sbuffava e batteva il pugno sulla tavola.
— Vengooo! — gridarono contemporaneamente Tomatis dalla cucina e l’ostessa dal cortile.
Il maestro entrò nello stanzone, fece un inchino, spiccò un saltetto, e si mise a sedere di fronte all’amico.
L’ostessa venne più adagio, strascicando le ciabatte e ravviandosi il fazzoletto sul seno.
— Cosa comandano? Carte o tarocchi?