— Le carte — rispose Tomatis.

— I tarocchi — vociò Galosso.

— Volete i tarocchi? — riprese il maestro. — E va bene. Lucia, portate pure i tarocchi.

— Niente — replicò il segretario. — Nè una cosa nè l’altra. Lasciate stare. Non ho voglia di rompermi la testa, stasera. Lasciate stare.

Lucia voltò bruscamente le spalle e se ne andò in cucina. Il segretario cacciò fuori la pipa come avrebbe cacciato fuori una pistola, e cominciò a calcarvi dentro il tabacco.

— Ehi! — disse il maestro dopo un poco, ponendo il pollice della destra sulle labbra con la mano e il gomito sollevati. — Ma questo sì?

— Questo sì — rispose Galosso. — Arrabbio di sete.

E tornò a tempestar sulla tavola.

S’udì un brontolìo aspro e minaccioso, poi l’ostessa rientrò come una molla scoccata, attenendosi all’uscio; si capì che aveva scansato un calcio o un pugno mandatole dietro dal dolce marito.

— Se vi coglieva, poveretta voi! — disse benevolmente Tomatis. — Cosa c’è? Tempo brutto anche di là, no?