— Da chi?

— Dalle vespe.

— Meglio cento vespe che un sol calabrone!

— Ah sì! E chi sarebbe sto calabrone? Io, eh? E voi, sapete cosa siete voi?

— Chetatevi! Sempre le furie...

— Sapete cosa siete?

— Andiamo, andiamo; non capite che parlo per celia?

— Siete un... un... un...

E chi sa qual epiteto avrebbe inventato l’iracondo Galosso, se proprio in quel punto non fossero entrati l’oste col lume, e Roberto Duc seguito dal suo servitore.

Roberto ricambiò con disinvoltura il saluto ossequioso dei presenti, poi tolse dalle mani di Giuseppe due bottiglie e le posò sulla tavola. Tomatis e Galosso si chinarono a esaminarle: erano singolarmente grosse e panciute, coperte di ragnateli e di terriccia.