Così dicendo, Roberto tirò a sè un cassetto, vi lasciò cadere il pacco, richiuse e si alzò.

— Comandi — disse Rocco, ripigliando il cappello, che aveva posato sull’angolo della scrivania.

Il giovane signore riflettè un poco.

— No — mormorò poi; — niente per ora. State sani, state allegri, e... pensate qualche volta al vostro padrone.

Rocco alzò bruscamente le braccia.

— Si figuri! — esclamò. — Si figuri se non ci pensiamo! Non passa giorno che non si parli di lei. Di lei e dei suoi. Alla sera la mia donna prega sempre per quelli che non ci sono più: il babbo, la mamma, lo zio Alfredo, la zia Felicita, i nonni... Prega per tutti, insomma. Del resto è sempre stato così; i miei vengono al mondo già bell’e affezionati alla casa. Non so se lei sappia che il padre di mio padre è nato al Fortino, e forse forse...

S’interruppe per prendere con le sue la mano che il padrone gli porgeva.

Vi fu un silenzio. Roberto sorrideva benevolmente. Rocco lo guardava fisso, tentennando il capo, stringendo le labbra; a un tratto esclamò con una voce che sarebbe parsa ruvida, se non fosse venuta come un gemito di fondo al cuore:

— Giuraddiana! Perchè non viene mai a trovarci?

— Ci verrei volentieri — rispose Roberto. — Ma, santo Dio!... Già, voialtri mi credete libero, disoccupato; credete ch’io non sappia come passar la giornata? Invece sono sempre in faccende... Sicuro, sempre in faccende... Ma sta tranquillo: una bella mattina capito laggiù, quando meno ve lo pensate, e allora... Guai a voi se non trovo tutto in ordine!