— E dunque!

— Oh se lei volesse aver la bontà... Scusi, eh! Ambasciator non porta pena...

— Ho capito... Tadò, a casa! Indietro! A cuccia subito!

Tadò faceva il sordo e tirava innanzi, ma Giuseppe lo inseguì nel cortile e lo afferrò per il collare. Roberto e Tomatis si avviarono in fretta in fretta verso Casaletto.

Il buon maestro, tutto trafelato e grondante di sudore, soffiava, gemeva, e di tanto in tanto restava per riprendere e il fiato e il discorso.

— Già, noi corriamo, noi voliamo, ma grazie a Dio non c’è urgenza... Non è un male che il prete ne goda... Tifoidea, non tifo. Questo è il parere del medico... Il qual medico, a dirla schietta, è un vero... veterinario. Del resto Galosso è robusto, forte come un cannone... Ciò che mi spaventa è il delirio. Se lo vedesse! urla come uno spiritato e fa cose fuor d’ogni regola. Alienazione di mente cagionata dalla malattia, si sa, ma pure... Povero diavolo! non ci mancava che questa... Può essere, anzi è probabile che le mie apprensioni siano esagerate... Che se nol fossero... Oh misericordia! Basta, lei vedrà, sentirà...

E Roberto, non sapendo nè che credere nè che pensare, aspettava di vedere e di sentire.

La casa del segretario era nel mezzo del villaggio, e si distingueva tra l’altre per una certa tinta cupa e fantastica: immagine visibile del fantastico umor del padrone.

Mentre Roberto e Tomatis si venivano accostando, la porta si aprì e ne uscì un giovinetto biondo, grasso, impettito; tutto vestito di panno scuriccio, ma senza garbo nè grazia.

— Il medico! — esclamò Tomatis. — Arriviamo proprio a tempo. Dottore, dottore, ci dia le notizie.