— Ah! — fece poi rabbiosamente — se tu mi ammazzi Galosso... ci riparleremo. E adesso andiamo su, andiamo a fare un po’ di coraggio a quei poverino. Mi raccomando, a volte una parola fa meglio che una medicina.
Pietro Galosso giaceva sulla schiena, in un letto bastardo, in una camera assai sfogata, ma disadorna. Una donnetta smorta e mingherlina, con la gonnella di un colore e la vita di un altro, andava e veniva senza posa, non facendo più rumore di un topolino. Vedendo entrare i due visitatori, rimase un momento come estatica, poi si scosse, avanzò due sedie e sparì.
— Ecco l’illustre infermo! — esclamò Tomatis con un’allegria, una baldanza affatto intempestive. — Ecco l’illustre infermo! Sempre lui, eh! Niente cambiato, niente alterato. Un faccione che pare una luna in quintadecima. Se non fosse il berretto da notte chi direbbe che... Chi direbbe che ha avuta la febbre?
— Se l’ho avuta! — mormorò il povero segretario. — Una febbre da cavallo, a quarantun grado; a quarantadue si crepa...
— Sì, sì, ma adesso è passata — soggiunse Tomatis, mettendosi a sedere. — È passata e non tornerà più. Parliamo d’altro. Che novità?
— Sanguisughe al capo.
— Quando?
— Stasera o domattina.
— Lodato Dio! L’ho detto subito al medico: — O le sanguisughe o un buon salasso. — Ma per persuadere colui ce ne vuole! Speriamo che non sia tardi. Vo’ dire: fortuna che siamo in tempo! La malattia attacca il cervello e ne altera le funzioni, dunque bisogna cercare di sollevare il sistema nervoso e combattere il parossismo. È chiaro come il sole. L’ho detto anche a voi, quando avete cominciato a sentirvi di mala voglia: — Presto un salasso, un emetico, un pediluvio, metodo antico! — Avete voluto fare a modo vostro ed eccovi lì in un fondo di letto.
Galosso ascoltava in silenzio, ma ogni poco chiudeva e riapriva istantaneamente l’occhio sinistro, poi sorrideva con un misto insolito e incomprensibile di mestizia, di rassegnazione, d’ironia. Roberto lo guardava, lo riguardava, e non lo riconosceva più.