La donnetta rientrò pian pianino, in punta di piedi, diede da bere al malato e scivolò via.

— Che roba è?. — ripigliò ruvidamente Tomatis, indicando la tazza rimasta sul comodino. — Limonata? Decotto? Puah! Ecco lì: se mi aveste dato retta quand’era tempo, ora non sareste obbligato a ingollare queste porcherie. Ma non mi vo’ confondere più... siete un testone!

— Oh! — esclamò Roberto, indignato, — ma voi gli parlate in un certo tono...

Il maestro balzò in piedi e andò a guardar dalla finestra; dopo un momento si soffiò il naso una, due, tre volte con un crescendo da far tremare i vetri.

Galosso l’udì, strinse le labbra e ne fece uscire una lunga voce tra il gemito e il grugnito.

— Basta — disse Roberto, — la malattia è superata, presto entrerete in convalescenza...

— Dica in agonia.

— Andiamo, non dite fandonie!

— Ma non me ne importa niente... Oggi a me, domani a te.

Tomatis si riscosse, si riavvicinò prestamente.